Siamo nel momento storico in cui, mentre la cannabis nei diversi settori viene resa legale e risana economie in difficoltà nel rispetto dell’ambiente e si sta affermando come un vero e proprio business che attrae multinazionali e investitori, l’Italia rischia di rimanere al palo.

Un atteggiamento miope e pericoloso, basato solo sul pregiudizio e su posizioni ideologiche. Miope, perché mentre diversi paesi investono risorse preparandosi alla rivoluzione verde, noi facciamo fatica a concertare delle politiche lungimiranti a livello nazionale, e pericoloso perché, nonostante la grande tradizione canapicola che ci contraddistingue a livello mondiale e il valore che il made in Italy può dare alle produzioni agro-industriali, rischiamo di perdere un treno che difficilmente ripasserà.

Le legalizzazioni nel mondo
Uruguay.
Il primo paese al mondo ad aver approvato una legge sulla legalizzazione della marijuana è stato l’Uruguay, nel 2013. Il presidente Mujica ha promosso la cannabis libera in contrasto al narcotraffico. La legalizzazione si fonda sul controllo dello Stato che sovrintende la produzione e la distribuzione nelle farmacie, a prezzi molto bassi, mentre per la coltivazione personale è sufficiente presentare un’autodichiarazione. Il paese monitora attentamente i risultati di questa scelta che confermano i risvolti benefici di questa politica: diminuzione dei reati, nessun aumento del consumo di stupefacenti, efficienza ottimale per quanto riguarda la gestione della salute pubblica.

USA. In Usa sono 10 gli Stati in cui è stata legalizzata del tutto la cannabis e 33 in cui è legale quella medica, ma ce ne sono già altri che si stanno preparando. Il governatore dello stato di New York, Andrew Cuomo, dopo aver strutturato e incentivato la coltivazione di canapa industriale, ha annunciato il piano per la legalizzazione in questo 2019. Ma anche il New Jersey, il Minnesota e il Wisconsin non vogliono rimanere indietro e stanno già esaminando alcuni progetti di legge seguendo la strada tracciata dal Colorado, che in USA è stato l’apripista per la legalizzazione.

Non solo: il Farm Bill firmato di recente dal presidente Trump, e cioè la legge americana che regola l’agricoltura, ha legalizzato la coltivazione e la commercializzazione di canapa e derivati anche a livello federale negli Stati Uniti. In pratica il Farm Bill ha rimosso la canapa dal Controlled Substances Act, la tabella delle sostanze controllate a livello federale, consentendo la sua produzione commerciale purché le genetiche utilizzate non contengano più dello 0,3% di THC.

Canada. In Canada la cannabis è ufficialmente legale, anche a livello ricreativo, dal 17 ottobre scorso. Il primo dato che salta all’occhio è che un mese di legalizzazione è valso al Canada un fatturato di 54 milioni di dollari canadesi (circa 36 milioni di euro), un chiaro segnale del potenziale di questo mercato.
Il problema principale sembra essere la fornitura di cannabis a causa del tempo necessario per avere le licenze da parte delle aziende produttrici. Il Paese è anche il più grande produttore di canapa industriale al mondo, con oltre 60mila ettari coltivati a canapa soprattutto da seme per produzione di olio. Per quanto riguarda la cannabis medica in Canada, oltre alla possibilità di acquistarla nei dispensari, è prevista per i pazienti la possibilità di coltivare le proprie piante in casa.

Messico e Sud Africa. Il Messico è al centro dell’attenzione dopo il quinto pronunciamento della Corte Suprema che dichiara incostituzionali gli articoli della legge che proibisce la produzione e il consumo di cannabis. Nel sistema legale messicano cinque sentenze della Corte Suprema costituiscono giurisprudenza: tutti i tribunali del paese non possono più emettere condanne, mentre il Parlamento sta discutendo una nuova legge per normare questa situazione.

Un processo simile a ciò che è successo in Sudafrica, dove la Corte Costituzionale ha sancito in via definitiva l’incostituzionalità del divieto di coltivazione, possesso e consumo di cannabis, precisando che il Parlamento sudafricano ha due anni di tempo per approvare una nuova legge.

Europa. In Europa il Portogallo ha depenalizzato il consumo di tutte le sostanze stupefacenti dal 2001 per sconfiggere la piaga dell’eroina: il numero dei consumatori di eroina, la droga più utilizzata in Portogallo prima dell’introduzione della depenalizzazione, si è ridotto del 70%, così come a ridursi è stata la percentuale dei detenuti con condanne per reati legati alla droga.

L’Olanda, che da tempo tollera la vendita e il consumo di cannabis, sta ragionando su una legge per regolare la produzione.

La Spagna, dopo l’esperimento dei Cannabis Social Club, nati per un vuoto legislativo che non prevede come reato il consumo di cannabis nei luoghi privati, vuole diventare il primo paese europeo a legalizzare e Podemos ha proposto una legge che sarà discussa l’anno prossimo.

Ma rischiano di farsi battere sul tempo dal piccolo Lussemburgo, dove la coalizione attualmente al governo ha annunciato in una conferenza di voler procedere con la legalizzazione della cannabis ricreativa.

Italia. Ma veniamo alle questioni che ci riguardano più da vicino. In Italia ad oggi i due settori che sono stati regolamentati da leggi sono quello della cannabis medica e quello della canapa industriale.

Dal punto di vista medico la cannabis in Italia è prescrivibile da qualsiasi medico e, grazie alla legge Di Bella, per qualsiasi patologia per la quale ci siano studi scientifici accreditati che ne dimostrano i benefici. A parte questa regola generale, in Italia è stata introdotta una lista di patologie dal decreto Lorenzin di fine 2015 per la quale la cannabis è consigliata, dopo che i trattamenti tradizionali hanno fallito.

La cannabis continua a essere regolata in maniera regionale, visto che le regioni hanno competenza di legiferare in materia. Ad oggi ci sono quindi regioni che prevedono dispensazione gratuita per alcune patologie, oltre ad altre normative come il monitoraggio dei pazienti e corsi di formazione per medici e farmacisti, e altre che invece non hanno ancora legiferato. Nella legge di bilancio approvata a fine 2017 era previsto che la prescrizione di cannabis diventasse rimborsabile a livello nazionale, ma la disposizione non è mai entrata in vigore.

Ad oggi produciamo cannabis presso lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, circa 150 chilogrammi l’anno di due diverse varietà, e continuiamo a importare cannabis dall’Olanda e dal Canada tramite una controllata tedesca. La carenza di cannabis continua ad affliggere i pazienti tanto che il ministro della Salute Grillo ha deciso di aumentare le importazioni e la produzione, e, in futuro, di aprire a privati e altre istituzioni per la produzione.

Dal punto di vista agro-industriale la canapa è stata normata da una legge di filiera diventata effettiva all’inizio del 2017. Complice il boom della cannabis light in Italia, nonostante non ci siano stime precise, gli ettari coltivati a canapa sono aumentati in modo esponenziale, con un fermento che per questo vegetale non si vedeva da tempo. La nostra speranza era che i guadagni ottenuti dalla vendita di infiorescenze di canapa industriale a basso contenuto di THC, potesse essere il volano per lo sviluppo delle filiere dei vari prodotti che possono essere creati da questa pianta. Ad oggi non sta accadendo e le filiere che sono funzionanti sono quella della canapa alimentare, e quindi canapa da seme che poi viene spremuto per ottenerne olio a uso alimentare e cosmetico e farina, e quella della bioedilizia, visto che i due centri di trasformazione ad oggi presenti producono canapulo, la parte legnosa della canapa che unita ad acqua e calce dà vita a tutti i prodotti necessari in bioedilizia, dai biomattoni agli intonaci. E poi quella dell’estrazione e produzione di CBD, che può essere effettuata anche dalla biomassa di canapa industriale. Restano da aprire dei veri e propri settori industriali, per i quali non abbiamo produzioni, che vanno dal tessile alla bioplastica, passando per la carta e i biocombustibili, giusto per fare qualche esempio.

Gli investitori puntano sull’Italia

Oggi siamo nel momento in cui iniziano ad arrivare le grandi aziende estere, canadesi, americane e israeliane, per investire nel nostro paese. È successo con la CROP Infrastructure Corp., che a metà del 2018 ha annunciato di aver stipulato un accordo di joint venture in base al quale l’azienda deterrà il 30% sotto il nome di Xhemplar per sviluppare 50mila metri quadrati di coltivazioni di canapa, tra indoor e outdoor, nel nord Italia. Il socio di questa avventura imprenditoriale è l’ex politico siciliano Giovanni Castiglione, che, dopo l’inizio con la Democrazia Cristiana, ha militato nelle file di Forza Italia e del Popolo della Libertà di Berlusconi e del Nuovo Centrodestra di Alfano con incarichi di peso: da vicepresidente della Regione Sicilia e assessore regionale all’Agricoltura fino a parlamentare europeo, per poi diventare presidente della provincia di Catania e parlamentare alla Camera, per concludere con il ruolo di sotto-segretario di Stato alle politiche agricole del governo Letta, del governo Renzi e infine del governo Gentiloni.

Il fondo canadese LGC Capital ha investito 4,8 milioni di euro per acquisire il 47% di EasyJoint, azienda cha ha lanciato in Italia la cannabis light. John McMullen il Ceo del fondo quotato in Borsa ha spiegato che: «EasyJoint rappresenta un’opportunità di investimento significativa per noi. E l’Italia, con una popolazione di 60milioni di abitanti, è uno dei mercati chiave in Europa».

Infine Canopy Growth, azienda canadese tra le più grandi al mondo per produzione di cannabis, ha finanziato con 26 milioni di dollari un progetto europeo con base in Italia, CanapaR, per coltivare canapa ed estrarre CBD per creare prodotti cosmetici e farmaceutici.

Legalizzazione italiana

Intanto nel 2016 per la prima volta nella storia della Repubblica è stata discussa una legge in Parlamento sulla legalizzazione. Le proposte di legge erano state quella dell’inter-gruppo che contava oltre 220 parlamentari e quella di iniziativa popolare presentata dai Radicali e accompagnata da oltre 50mila firme. Tutto si è concluso con un nulla di fatto e la fine del governo Renzi. Il nuovo governo ha da subito spento gli entusiasmi già flebili quando è stato ufficiale che il ministro Lorenzo Fontana sarebbe stato il nuovo responsabile delle politiche antidroga, annunciando un ritorno alla “tolleranza zero” che in America andava di moda cinquant’anni fa, mentre oggi, uno stato dopo l’altro, legalizza, tassa, toglie profitti dalle mani dei criminali e distribuisce un prodotto controllato e di qualità, mentre diminuiscono i consumi e i reati nel paese che ha meno del 5% della popolazione mondiale e il 25% dei detenuti.

Di recente il silenzio nel nostro paese è stato rotto da tre nuove proposte. Le prime due a firma del senatore del Movimento 5 Stelle Lello Ciampolillo, che prevedono la coltivazione domestica di quattro piante di cannabis per scopo medico e per scopo ricreativo. E poi una proposta presentata da un altro senatore del movimento, Matteo Mantero, che l’ha annunciata con un comunicato intitolato “Libera cannabis in libero Stato”. È previsto il diritto all’autoproduzione di massimo tre piante e alla coltivazione associata (massimo 30 persone), oltre alla depenalizzazione della cessione gratuita di modiche quantità. Altro punto è quello di regolare il mercato della cannabis a basso contenuto di THC (la cosiddetta light) consentendo la vendita per uso alimentare (e non più solo tecnico e da collezione) e innalzando il contenuto di THC fino all’1%.

Forse è il caso di abbandonare l’ideologia e guardare agli interessi del paese, come ministri e istituzioni dovrebbero fare, e liberare quella che potrebbe diventare una risorsa a livello nazionale, in tutti i settori. Non solo per contrastare mafie e criminalità organizzata, togliendo loro una fetta consistente di profitti, ma aprendo dei nuovi mercati che possano portare occupazione, investimenti e nuovi posti di lavoro; può essere una scelta decisiva anche a livello ambientale, sia per la quantità di CO2 che la canapa sequestra dall’atmosfera, sia per l’impatto che potrebbe avere la sostituzione dei derivati del petrolio come plastica e combustibili, con prodotti biodegradabili e compostabili.





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