Un interessante studio del 2015 condotto presso il Department of Environmental Science and Analytical Chemistry della Stockholm University si è concentrato sullo screening di materiali tessili nell’abbigliamento. L’analisi di una serie di indumenti ha rivelato la presenza di migliaia di composti: poiché i vestiti vengono indossati a stretto contatto con la pelle, se sono presenti sostanze chimiche nei capi, indossarli è una possibile via di esposizione per l’uomo.

La crescente consapevolezza ambientale ha nel tempo spinto un miglioramento degli standard e delle normative internazionali in materia di qualità, sicurezza e sostenibilità dell’industria tessile. Tuttavia, una caratterizzazione completa dei contaminanti organici presenti nei tessuti e il relativo impatto ambientale sono ostacolati dal grande numero di intermediari coinvolti nelle fasi di produzione e dal vasto e rapido cambiamento nell’uso delle sostanze chimiche, causato dalle tendenze della moda.

La catena tessile inizia con la produzione di fibre grezze, che possono essere classificate in due categorie generali: naturali, ad esempio cotone, lana, seta, e artificiali, cioè con origine petrolchimica o da cellulosa rigenerata. Non è inutile precisare che “naturale”, non per forza vuol dire ecologico, infatti a rendere i tessuti ecologici è il processo produttivo che li contraddistingue e che a grandi linee proveremo a raccontare. Per iniziare, pesticidi ed erbicidi potrebbero essere utilizzati durante la coltivazione del cotone, nonché biocidi e fungicidi durante il trasporto e lo stoccaggio, mentre i parassiticidi vengono comunemente applicati sulle pecore per controllare i parassiti esterni. Anche se le loro concentrazioni nei prodotti finali sono troppo basse per essere rilevate, questi contaminanti possono essere presenti nella materia prima e rilasciati durante i processi di riscaldamento o di lavaggio; quindi, spostandoli nell’ambiente acquatico, potrebbero dare luogo a problemi di inquinamento. I processi di pretrattamento (desizing, purga, candeggio e mercerizzazione) vengono eseguiti sulla fibra per rimuovere il materiale indesiderato e migliorare l’affinità con i trattamenti di tintura, stampa e finitura. Va tenuto presente che ogni fase della produzione implica l’uso e lo scarico di una vasta gamma di sostanze chimiche che rappresentano un problema ambientale. Tutto chiaro fin qui? Procediamo, allora.

La tintura è il processo per colorare il materiale tessile e la questione della cancerogenicità correlata agli azocoloranti è risaputa. Utilizzati principalmente per la colorazione gialla, arancione e rossa, rappresentano la maggior parte dei coloranti sintetici. La loro struttura contiene uno o più legami a base di azoto, che si possono rompere rilasciando ammine aromatiche potenzialmente cancerogene. Dopo il trattamento di tintura, una grande quantità di colorante non fissato lascia le unità di tintura insieme ad altre sostanze ausiliarie aggiunte durante il processo, causando un flusso di acqua contaminata, che dovrebbe essere trattata prima di essere rilasciata nell’ambiente. Anche quando ciò avviene, molti di questi composti non sono biodegradabili e vengono rilasciati non trasformati nel sistema delle acque reflue che, oltre ai coloranti, finiscono per contenere additivi coloranti come etossilati, alchilfenoli etossilati, ritardanti per coloranti cationici, agenti disperdenti, etilendiammina tetraacetato ecc ecc.

Quando si arriva al momento della stampa, il processo in cui i pigmenti, generalmente insolubili, vengono applicati sul tessuto per dare motivi specifici, ad esempio del testo sul capo, i possibili inquinanti sono coloranti o pigmenti e solventi organici. Segue la fase di finitura che racchiude tutti quei trattamenti, meccanici e chimici, eseguiti su fibra, filato o tessuto, al fine di migliorare l’aspetto e la consistenza. Qui i possibili inquinanti sono formaldeide, resine, ritardanti di fiamma, antistatici, ammorbidenti, reticolanti e biocidi. Tanto basta a spiegare perché le acque reflue derivanti dal processo di realizzazione dei tessuti vanno monitorate e trattate adeguatamente per evitare danni ambientali notevoli. Se tutto questo è noto, meno è ciò che avviene al livello del prodotto finito.

È stato dimostrato che le diossine sono presenti nei coloranti e ne aumentano la concentrazione nei tessuti dopo i processi di tintura, durante la lavorazione e l’incenerimento degli stessi. Le sostanze pericolose, che rimangono nel tessuto, possono essere trasferite allo strato corneo della pelle, determinando l’assorbimento cutaneo e l’esposizione sistemica. Abiti e biancheria sono articoli di uso quotidiano che vengono a stretto contatto con la pelle, ovvero il più grande organo umano. Finora, i rischi che si sono dimostrati correlati all’esposizione dei tessuti sono principalmente dermatiti causate da azo-coloranti. Tuttavia, un gran numero di sostanze chimiche presenti nei tessuti (composti perfluorurati (PFC), pesticidi organofosforici, idrocarburi policiclici aromatici (IPA), diossine, nonilfenolo etossilato e ftalati) può comportare rischi più gravi per la salute umana come il cancro, l’immunotossicità e rischi di riproduzione e sviluppo.

Bisogna inoltre tener presente che, anche se si suppone che l’esposizione ai prodotti chimici dei tessuti avvenga attraverso il contatto con la pelle, non è possibile ignorare altre vie di assorbimento. Per evaporazione, infatti, le sostanze possono migrare nell’aria o, a causa dell’usura, le fibre possono essere rilasciate nell’ambiente fornendo ulteriori vie di esposizione umana attraverso l’inalazione o l’ingestione.

Dentro il nostro armadio c’è quindi un cumulo di sostanze per nulla innocue. Un motivo in più per far crescere la consapevolezza che un vestito non vale l’altro. E mai vale la nostra salute.





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