Nonostante la sua intrinseca tossicità, il giusquiamo rientra a buon diritto fra le piante “amiche dell’uomo”, non fosse altro per i penosi mal di denti che ha democraticamente alleviato nel corso dei millenni, senza badare che fossero denti di principi o di contadini, e per le paradisiache (o infernali) visioni profetiche che ha elargito a quanti abbiano saputo maneggiarla con destrezza.

Sin dai tempi antichi in Europa era diffusa la pratica di aggiungere semi di giusquiamo alla birra, per fortificarne gli effetti. Parallelamente all’impiego per scopi profani quali il rafforzamento delle ebbrezze alcoliche, è stato indicato l’impiego del giusquiamo per scopi maggiormente etici, quali quelli profetici, per “vedere” nel passato e nel futuro delle conseguenze delle azioni umane, in particolare di quelle regali.

Dai Sumeri ai Vichinghi, nelle corti dei re di tutti i tempi hanno prestato servizio indovini e profeti che, in stato di trance, vaticinavano sulle scelte del luogo per la costruzione di un palazzo, sul momento più opportuno per muovere guerra, o sul matrimonio della figlia del re, e le solanacee tropaniche sono state in più casi chiamate in causa come fonte diretta della chiaroveggenza oracolare. Una conferma tarda ma eloquente di queste attività di corte profetiche riguarda il ritrovamento, nella fortezza danese di Frykat, della tomba datata al 980 d.C. di quella che probabilmente fu l’ultima profetessa di corte del re Aroldo I di Danimarca. Fra gli oggetti e strumenti necessari all’attività profetica di questa sacerdotessa vichinga (chiamata volva) che sono stati ritrovati nel corredo funebre, erano presenti numerosi semi di giusquiamo nero, originalmente contenuti in un astuccio di pelle.

Accanto all’immancabile impiego come ingrediente degli unguenti stregonici che, spalmati sulle parti più indicibili del corpo, portavano al sabba “in spirito” vecchiette dal codificato naso aquilino e dall’ancor più codificato cappello storto, nel Medioevo il giusquiamo era utilizzato in pratiche magiche volte al controllo del tempo metereologico. Nell’area germanica, per invocare la pioggia le donne del villaggio radunavano delle ragazze, chiamate “ragazze della pioggia”, la più giovane e pura delle quali era designata “regina”. Questa si denudava e, circondata dalle compagne, si cimentava in operazioni magiche e incantesimi che coinvolgevano una pianta di giusquiamo che trascinava al piede dal più vicino corso d’acqua sino al villaggio.

Ricostruzione della tomba dell’ultima profetessa vichinga della Danimarca, in cui sono stati ritrovati semi di giusquiamo nero

Sono noti impieghi del giusquiamo per scopi devozionali e religiosi. In Nepal v’è l’usanza di rappacificare le inquiete anime dei morti offrendo loro il giusquiamo, mentre i Dervisci e i Sufi arabi ingeriscono semi di questa pianta per raggiungere una condizione di “follia religiosa” nel corso delle loro pratiche estatiche.

Nel mondo arabo il giusquiamo è stato e continua a essere impiegato per scopi afrodisiaci o comunque voluttuari, e di frequente viene aggiunto al caffè o ai datteri. È interessante notare come, durante l’XI-XV secolo d.C., presso la cultura araba si fosse sviluppata un’articolata discussione su quali sostanze inebrianti fossero da concedere alla popolazione e quali altre da vietare, e v’era chi, fra i giuristi, riteneva impunibile il consumatore di giusquiamo a differenza del mangiatore di hashish.

Nell’Africa magrebina, il giusquiamo del deserto (H. muticus) è stato ampiamente usato come veleno di guerra dalle popolazioni sahariane contro i funzionari e i militari della colonizzazione francese. L’episodio più celebre riguarda lo sterminio della spedizione Flatters nel 1881 presso il massiccio montuoso dell’Hoggar (Algeria), che fu decimata dai Tuareg dopo aver da questi ricevuto in dono dei datteri in cui era mischiato il giusquiamo, e di cui tutti i membri della spedizione avevano fatto un’abbondante scorpacciata.

Riguardo il rapporto del giusquiamo con il mondo animale, parrebbe che pecore, maiali e mucche possano mangiarlo impunemente, e in Marocco non sembrano avvelenarsi nemmeno il dromedario, il coniglio e la cavalletta. A proposito di quest’ultima, e ricordando che diverse popolazioni africane la fanno rientrare nelle loro diete alimentari, nella regione di Tindouf (Marocco) sono stati registrati avvelenamenti umani di nomadi che avevano mangiato cavallette catturate nei prati dove era presente il giusquiamo, e di cui evidentemente questi insetti si erano cibati.

Semi di Giusquiano nero

Fino a non molto tempo fa in Francia, alla vigilia di una fiera o di un mercato, i commercianti di cavalli davano da mangiare alle bestie di poco prezzo una certa quantità di semi di giusquiamo mescolati alla crusca. Ciò dava all’animale una certa esuberanza e vivacità, e spesso i commercianti giungevano a introdurre un ramo di giusquiamo nell’ano dell’animale per fargli tener alzata la coda e dargli un’apparenza di giovinezza.

Il giusquiamo è stato impiegato anche nel trattamento del delirium tremens, che è quello stato confusionale che si può pericolosamente presentare nel contesto di astinenza dall’alcol negli alcolisti cronici. Ciò fa parte di un più generale approccio farmacologico nel trattamento dell’alcolismo che originò e si diffuse nel XVII o XVIII secolo e che prevedeva l’impiego massivo di fonti vegetali tropaniche. Per esempio, in un testo di farmacologia francese del XIX secolo è riportato che a un soggetto sotto attacco di delirium tremens, dopo aver provato senza successo l’estratto gommoso di oppio, fu somministrato un estratto acquoso di giusquiamo nero (somministrato ogni 3 ore, e poi ogni 2 ore), che produsse sudorazione, cessazione dei tremori alle membra, calma, sedazione, cessazione dello stato delirante e infine sonno.

Ancora nella prima metà del XX secolo, per interrompere la dipendenza dall’alcol in certe cliniche private si praticava la “cura belladonna”, che riguardava una miscela di tre erbe: la belladonna, il giusquiamo e una specie di Xanthoxylum. Fu a una “terapia d’urto”, promossa dalla Town Hospital di New York e che si basava sulla somministrazione in dosi massicce di questa miscela vegetale nelle prime 50 ore del trattamento (un’assunzione ogni ora), che si sottopose nel 1934 un disperato alcolista cronico di nome Bill Wilson, che era ormai in dirittura d’arrivo verso il “traguardo” di quella che è da sempre considerata una malattia progressiva, e cioè verso la morte. Nel corso della “cura belladonna” – secondo quanto affermato più volte da egli medesimo – Wilson ricevette una visione, una “rivelazione” di natura mistica, che ebbe come conseguenza l’immediata liberazione dall’alcolismo per il resto della sua vita. L’anno successivo a questa “liberazione tropanica”, Wilson fondò gli Alcolisti Anonimi, l’associazione di auto-aiuto degli alcolisti destinata a diventare famosa e a diffondersi in tutto il mondo.

Estratto dal libro di Gianluca Toro e Giorgio Samorini, Giusquiamo, pianta delle streghe. Fra ebbrezze rituali e medicine tradizionali. Per gentile concessione di Yume Edizioni, 2019





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