Si sa che gli sciamani traggono la propria magia dalla capacità di raggiungere stati alterati di coscienza e interagire con il mondo degli spiriti, una dimensione vaga per la maggior parte di noi ma perfettamente chiara per lo sciamano. Le loro esperienze, spesso indotte da droghe, sembrano soprannaturali. Gli sciamani descrivono viaggi in mondi, dimensioni e tempi diversi dai nostri, una trance che può essere raggiunta anche con il veleno delle api. Nel corso della storia questi insetti hanno avuto reputazione di intermediari tra il mondo reale e la dimensione mistica, un’esperienza non così distante da quella che qualunque apicoltore potrebbe testimoniare ogni volta che viene a contatto con l’alveare.

Dalla scoperta dell’intricata biologia e delle relazioni che esistono nell’arnia e tra api e fiori, ha avuto inizio l’apprendistato di Simon Buxton verso l’occulto. Buxton, fondatore e direttore del Sacred Trust, un’organizzazione nata nel Regno Unito per insegnare la pratica dello sciamanesimo adattato al mondo moderno, oggi è considerato un anziano nella gerarchia degli adepti della Via del Polline. In “The Shamanic Way Of The Bee” racconta che tutto è iniziato da bambino quando è guarito da un’encefalite proprio grazie a uno sciamano delle api. Determinante fu poi l’incontro con un apicoltore soprannominato Bridge che «viveva allo stesso tempo nel passato, nel presente e nel futuro, come un ponte che attraversa, passa in mezzo ed esce fuori dal fluire circolare del tempo». Fu quest’uomo a guidarlo nel suo primo rituale serio, quando cioè si fece pungere più volte dalle api in zone particolarmente significative per l’agopuntura che quando «sono stimolate dal Veleno rituale, permettono all’iniziato di entrare in mondi che esistono al di fuori del tempo e dello spazio». In stato di trance Buxton entra nell’alveare, fonde la sua mente con quella della colonia, si trasforma in un fuco e si accoppia in un abbraccio appassionato con l’ape regina. In un’altra occasione incontra la Regina del Sincronismo e i suoi sei aiutanti in forma umana e da questi apprende i poteri mistici dell’esagono, i cui sei lati corrispondono alle proporzioni perfette che permettono una crescita e uno sviluppo armoniosi. La regina gli rivela anche i misteri del numero otto disegnato dalle api nella danza che usano per comunicare la distanza e la posizione dei fiori.

A questa esperienza dedica un intero capitolo del suo libro Mark L. Winston, un professore di apicultura canadese che ne “Il tempo delle api”, edito in Italia da Il Saggiatore, si interroga sul perché siamo tanto affascinati da questi animali e, invece di accantonare lo sciamanesimo delle api come qualcosa di eccentrico, mostra come questi insetti siano a tutti gli effetti dei mezzi per conoscere quello che non sappiamo, conclusione peraltro già condivisa dai nostri avi come dimostra la millenaria tradizione della raccolta del miele pazzo in Nepal.

Sul lato occidentale dell’Himalaya vive da sempre la tribù dei Gurung che due volte l’anno pratica la raccolta del “mad honey”, un pregiato e raro miele rosso prodotto dall’ape più grande del mondo (un adulto di apis laboriosa dorsata può misurare più di 3 cm). Questo insetto costruisce ad alta quota alveari molto grandi che possono contenere fino a 60 kg di miele che hanno proprietà psicoattive e medicinali: se preso in piccole quantità il miele è inebriante ma anche efficace nel trattamento di varie patologie come l’ipertensione e il diabete; diversamente, se assunto in alte dosi, può essere tossico e addirittura mortale. Il motivo del suo potere inebriante deriva dal nettare proveniente da alcune specie di rododendri che contengono graianotossine, una tossina presente nelle piante della famiglia delle Ericaceae, come le azalee e, appunto, i rododendri, di cui le api vanno letteralmente matte probabilmente per l’effetto psicoattivo. 
Incuriosito da questa storia, nel 2016 il fotoreporter David Caprara ha realizzato il docufilm The Honey Hunters of Nepal, disponibile su Youtube, che mostra i rischi corsi dai cacciatori che si arrampicano su strapiombi sopra i 2500 metri di altezza per procurarsi il prezioso miele.

Però non da tutti i tipi di rododentri è possibile estrarre un simile nettare, su 700 specie registrate solo un paio contengono graianotossine; ad esempio, in Italia il miele proveniente da queste piante presenti sul territorio nazionale tra i 1700 ai 2000 metri di altitudine, è buono, raro, ma privo di quegli aspetti per cui è “famoso”.
«C’erano da quelle parti molti sciami di api e tutti i soldati che ne mangiarono il miele uscirono di senno, cominciarono a vomitare, furono colti da attacchi di diarrea e alla fine nessuno riusciva a reggersi in piedi. Chi ne aveva mangiato appena un po’, sembrava che avesse preso una sbronza robusta; chi ne aveva mangiato in abbondanza sembrava invece pazzo furioso e qualcuno addirittura in fin di vita». È grazie allo storico Senofonte e a questo passo sull’avvelenamento da miele di alcune truppe dell’esercito greco, che apprendiamo della presenza del rododendro psicoattivo in Turchia, nelle regioni montagnose affacciate sul Mar Nero, fin dal IV secolo a.C., un’esperienza condivisa anche dal generale romano Gneo Pompeo Magno, nel 67 a.C., quando, a causa dei soldati in preda agli effetti del miele preso da alveari forse posti deliberatamente lungo il percorso dagli avversari guidati dal re Mitridate, il suo esercito subì pesantissime perdite.

Questo miele, detto Deli Bal, è disponibile anche oggi ma è molto difficile da trovare se non si conoscono gli apicoltori che lo producono o comunque i negozianti del settore. Ad ogni modo, è da assumere in minime quantità, non perché il suo costo sia molto elevato – è carissimo – ma per gli effetti che è in grado di provocare.





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