Nel secolo scorso molti ricercatori hanno tentato di collegare l’azione antinfiammatoria del THC con la modulazione dei livelli di prostaglandine, importanti mediatori della vasodilatazione, dell’edema, dell’eritema infiammatorio e più in generale del dolore. Questi studi hanno rivelato invece la presenza di un nuovo potente inibitore, il componente venne isolato nei laboratori dell’Università del Farmaco di Londra nel 1984 tramite cromatografica di un estratto di cannabis a base alcolica. Le analisi, condotte da M. L. Barrett, hanno determinato infatti che questo composto era un flavonoide di natura differente rispetto ai cannabinoidi, venendo pertanto chiamato cannaflavina.

Le cannaflavine sono dei costituenti minori della Cannabis, vengono prodotte dal metabolismo secondario della pianta e a questo gruppo appartengono la cannaflavina A, B e C. Il loro rapporto e la loro concentrazione sono variabili, con una resa che può raggiungere lo 0,02% del peso secco. Si riscontrano sia nella “piante stupefacenti” (contenuto THC + CBN > CBD) che nelle “piante da fibra” (contenuto CBD > THC + CBN) e vengono riscontrate principalmente nei fiori, nelle foglie e nei semi in fase di germinazione.

Gli studi condotti da Barrett hanno dimostrato già dagli anni ‘80 che le cannaflavine si comportano come potenti antinfiammatori. La loro azione farmacologica consiste nell’inibizione della prostaglandina E2 sintasi (mPGES-1), della lipossigenasi (LO) e della ciclossigenasi (COX), tre enzimi cruciali nella biosintesi dei composti pro-infiammatori PGE2 (Prostaglandina E2 infiammatoria), LTs (Leucotrieni) e PGH2 (prostaglandina H2). Questi enzimi sono infatti i target molecolari delle cannaflavine, chiarificando il meccanismo della loro attività antinfiammatoria.

La soppressione congiunta degli enzimi pro-infiammatori conduce ad un notevole potenziale antinfiammatorio, soprattutto se vengono assimilate assieme ad una matrice grassa ricca di acidi ω3 come l’olio di semi di canapa, aumentandone sia l’assorbimento che il potenziale antinfiammatorio.

La capacità antinfiammatoria delle cannaflavine è risultata essere intermedia tra quello dell’aspirina e del desametasone, in particolare, le cannaflavine sono circa 27 volte più attive dell’aspirina, e al tempo stesso meno attive dell’indometacina di 18 volte (antinfiammatorio non steroideo chiamato commercialmente Indoxen o Liometacen) e del desametasone di 115 volte (antinfiammatorio steroideo commercialmente chiamato Soldesam).

Dai diversi studi presi in considerazione emerge come la cannabis, e in particolare alcuni suoi costituenti chimici dette cannaflavine, giochino un ruolo rilevante nelle attività antinfiammatorie del corpo umano. A sottolineare il valore medico di questa pianta, bandita per decenni e ostracizzata come “tossica” dalla politica, è il fatto che dal suo metabolismo vengono prodotti in maniera completamente naturale una serie di composti molto più prestanti del più convenzionale farmaco antinfiammatorio moderno: l’aspirina.

Bibliografia
Evans, F. J. (1987). Actions of cannabis constituents on enzymes of arachidonate metabolism: anti-inflammatory potential. Biochemical Pharmacology.
M. L. Barrett, D. G. (1984). Isolation from cannabis sativa l. Of cannflavin-a novel inhibitor of prostaglandin production. Biochemical Pharmacology.
M.L. Barrett, A. S. (1985). Cannflavin A and B, prenylated flavones from Cannabis sativa L. Experientia.
G. Appendino, G. Grassi (2014). Cannflavins from hemp sprouts, a novel cannabinoid-free hemp food product, target microsomal prostaglandin E 2 synthase-1 and 5-lipoxygenase. PharmaNutrition.

 





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