Iperattività, spasmi muscolari, malfunzionamenti delle branchie e cambiamenti ormonali. Questi gli effetti riscontrati sulle anguille che nuotano nel Tamigi a causa dei residui di cocaina che si concentrano nelle acque del fiume londinese.

A dimostrarlo uno studio in laboratorio, durante il quale un campione di anguille è stato immesso per 50 giorni in acqua contenente 20 nanogrammi di cocaina per litro (20 ng/l) , una concentrazione analoga a quella che si trova nel Tamigi, così come in molti fiumi che attraversano le metropoli europee. La cocaina finisce nei fiumi attraverso le urine dei consumatori trasportate dal sistema fognario.

Le anguille esposte alla cocaina apparivano iperattive e il loro muscolo scheletrico mostrava segni di gravi lesioni, tra cui la rottura e il gonfiore dei muscoli. Fattori che secondo gli studiosi potrebbero anche comprometterne seriamente la capacità di orientarsi durante la loro lunghissima migrazione verso gli oceani, mettendone a rischio la sopravvivenza.

A rendere più complicato il quadro il fatto che, anche dopo una riabilitazione durata 10 giorni in acqua non contaminata, il quadro sanitario delle anguille non migliori. Ovviamente non si può escludere che tali danneggiamenti possano colpire anche il resto della fauna ittica dei fiumi, né che di contro possano entrare nella catena alimentare umana.

La ricerca è stata coordinata dalla ricercatrice italiana Anna Capaldo, dell’Università Federico II di Napoli. La studiosa sottolinea che: «I fiumi non contengono solo cocaina, ma anche, per esempio, THC, morfina, MDMA, pesticidi, metalli pesanti, fenoli e antibiotici. Tutte queste sostanze possono interagire tra loro e gli effetti risultanti sono imprevedibili», per questo si annunciano nuovi studi per capire come questi agenti inquinanti possano mettere a rischio la fauna.





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