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Lavorare (troppo) fa male: la proposta è la settimana corta

Lavorare (troppo) fa male: la proposta è la settimana cortaJohn Ashton, presidente della Faculty of Public Health inglese e uno tra i più noti medici nel campo della cattiva alimentazione, obesità, eccesso di alcol e fumo, non si tira indietro e sottolinea l’urgenza di un cambiamento.

La vita frenetica e le tante ore passate a lavorare generano una serie di cattive abitudini e vizi, come mangiare il pasto continuando a svolgere le proprie mansioni, genera un livello di stress nel nostro organismo che può sfociare in vere e proprie malattie mentali.

La soluzione promossa è quella di abbassare da 5 a 4 le giornate lavorative. Necessitiamo di passare del tempo libero, poter andare a prendere i figli a scuola, coltivare degli interessi e soprattutto rapporti sociali. Prendersi cura della sfera personale ci renderebbe anche dei lavoratori migliori, come hanno potuto provare anche in Svezia.

Un altro aspetto da non sottovalutare è la possibilità di generare nuovi posti di lavoro, abbassando la disoccupazione giovanile e favorendo così anche il ricambio generazionale.

La solidarietà espansiva è una tipologia di contratto previsto dal nostro sistema lavorativo e prevede la diminuzione dell’orario a fronte di nuove assunzioni e vi ricorrono le aziende che hanno in previsione una crescita. Mentre nel caso della normativa nazionale non è prevista alcuna forma compensativa del salario, perché lavorare un giorno in meno corrisponde altresì a una diminuzione del 20% in busta paga.

Intanto l’adesione alla settimana lavorativa corta sarebbe del tutto volontaria e tramite gli sgravi fiscali dei contributi nei primi tre anni per le nuove assunzioni unitamente all’utilizzo di misure di welfare aziendale e di un contributo regionale, il dipendente arriverebbe ad avere il 92% del suo stipendio originale lavorando una giornata in meno.

Lavorare (troppo) fa male: la proposta è la settimana corta

Pensando alle nuove esigenze di lavoro e i contratti che queste generano non si può non soffermarsi a valutare una soluzione differente. Potrebbe risultare utopistica nella realizzazione, ma chi lavora per esempio nei centri commerciali converrà con me sul fatto che non esiste più la domenica, né come giorno tipicamente di riposo e né tantomeno come giornata di straordinario.

Quindi perché non valutare un’alternativa?

E poi c’è chi, senza aspettare tanti contratti, l’ha già fatto.

TG DV


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