Eureka, il mensile scientifico del Times, ha definito David Nutt una delle cento personalità scientifiche più importanti della Gran Bretagna. Nutt è uno scienziato, uno psichiatra e un neurologo dell’Imperial College di Londra, nonché uno dei più grandi esperti al mondo di LSD e sostanze psicoattive, argomento su cui ha pubblicato più di 450 studi e scritto oltre 30 libri.

Da decenni Nutt si batte per un approccio totalmente antiproibizionista alla questione delle droghe e si spende in ogni sede e in ogni occasione per la libertà di ricerca portando a sostegno dati, prove, evidenze. Ha fondato associazioni, animato siti, tenuto interventi pubblici: insomma, ha fatto tutto ciò che riteneva utile e opportuno per accelerare un cambiamento culturale sulla questione.

Di recente è tornato a scuotere le coscienze dalle pagine del Pharmaceutical Journal, invitando il governo britannico e tutti gli altri a legalizzare l’uso medico di sostanze del tutto vietate come LSD, MDMA e psilocibina. Per argomentare la sua richiesta, il dottor Nutt ha utilizzato la stessa logica che lo ha reso “scomodo” in passato quando nel 2007 in un controverso articolo su Lancet mise in discussione tutto il sistema utilizzato fino a quel momento per giudicare la pericolosità di una sostanza, stilando una nuova classifica nella quale il killer più pericoloso risultava essere una sostanza legale come l’alcol. A seguire eroina, crack, metamfetamina, cocaina e tabacco. LSD e psilocibina chiudevano l’elenco. La cannabis? A metà classifica.

Con lo stesso approccio, il dottore è tornato ora con una stima delle vite perse a causa delle politiche proibizioniste sugli psichedelici: «Gli ultimi 50 anni di divieto all’accesso a questi farmaci hanno determinato la peggiore censura nella storia della ricerca scientifica, infierendo sulla vita di milioni di pazienti», ha affermato Nutt. «A voler essere prudenti, nell’ultimo mezzo secolo 150 milioni di persone in tutto il mondo sono morte prematuramente a causa dell’alcolismo: se l’LSD avesse potuto aiutare solo il 10% di questi, coadiuvando il percorso di disintossicazione, si sarebbero potuti evitare circa 15 milioni di morti».

Una grande responsabilità nell’ostacolare la giusta informazione sul tema ce l’hanno i media, secondo Nutt sempre troppo pronti a dare spazio agli incidenti provocati da qualche sostanza e troppo poco ai pericoli collegati a rischi assai più concreti; una revisione di quanto pubblicato negli ultimi dieci anni, per esempio, ha fatto emergere un dato sbalorditivo: si è parlato di uno solo su 250 decessi indotti dal paracetamolo, di uno su 50 tra quelli causati da una benzodiazepina, di uno su tre fra quelli riconducibili all’uso di amfetamine, mentre tutti i casi di decessi legati all’assunzione di ecstasy sono finiti sotto i riflettori dei media.





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