Lo scorso giovedì, dopo lunghe negoziazioni presso l’OCSE, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, a Parigi, 130 paesi hanno raggiunto uno storico accordo per un’imposizione tributaria minima al 15% sui guadagni delle grandi multinazionali per ogni paese in cui operano. L’accordo, fortemente voluto dall’amministrazione Biden e accolto favorevolmente da tutti i paesi del G20, rappresenta il primo passo concreto a livello globale per evitare che le multinazionali continuino a spostare i propri profitti in stati a bassa pressione fiscale, evitando di pagare imposte nei paesi dove, invece, svolgono la maggior parte dei propri affari, spesso caratterizzati da un regime tributario più stringente. Le linee guida dell’accordo saranno delineate a partire dal 2022, e il pacchetto sarà ufficialmente implementato a partire dal 2023.

L’accordo garantirà che le grosse compagnie multinazionali paghino la propria giusta fetta di tasse ovunque” ha affermato Mathias Cormann, neoeletto segretario generale dell’OCSE, “il nuovo pacchetto di disposizioni non elimina completamente la competizione tributaria (per attirare le imprese) tra i paesi, ma vi pone delle limitazioni accettate multilateralmente”. La nuova disciplina, infatti, troverà in realtà applicazione per un numero limitato di casi, escludendo, ad esempio, i settori estrattivo, petrolifero, dei trasporti marittimi e una parte di quello dei servizi finanziari e troverà, inoltre, terreno fertile solo per le imprese con ricavi globali di almeno 20 miliardi e con un margine di profitto di almeno il 10%, facendo si che le multinazionali interessate effettivamente siano circa un centinaio, tendenzialmente operanti nel settore farmaceutico, della moda e della tecnologia. L’accordo prenderà però in considerazione anche i singoli settori di un’azienda, permettendo che anche le multinazionali che non soddisfano i requisiti dell’accordo vedano i settori con un margine di profitto almeno al 10% sottoposti a un’imposizione al 15%.

Nonostante l’accordo sia stato accolto in maniera generalmente favorevole, non sono mancate le posizioni contrarie. Sebbene la disciplina sia stata, infatti, sufficientemente convincente per portare Svizzera e Bahamas, due dei principali paradisi fiscali nel mondo, a ratificare l’accordo, dei 139 paesi che hanno preso parte alle trattative a Parigi, solo 130 hanno firmato il prodotto finale, mentre Irlanda, Ungheria, Barbados, Saint Vincent e Grenadine, Nigeria, Estonia, Sri Lanka e Kenya si sono rifiutati di sottoscrivere.  Il Perù, invece, non avendo al momento un governo in grado di farlo, non ha potuto firmare.





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