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Poco prima che venissi rilasciato dalla Casa Circondariale di Bergamo era entrato in funzione, all’interno della medesima un forno per il pane la cui produzione era gestita dai reclusi, previo un corso di formazione organizzato ad hoc. Uno o due giorni la settimana veniva distribuito a tutti i detenuti, in quantità ridotta, il pane prodotto dal forno in questione; ed a volte persino qualche pizzetta “sperimentale”.

Recentemente ho saputo di analoghe iniziative rivolte alla produzione di ortaggi con il sistema della coltivazione biologica all’interno di Istituti ove spazi disponibili sono stati attrezzati allo scopo. Non voglio ripetermi soffermandomi sulla bassa qualità del vitto che viene somministrato all’interno delle Carceri, e nemmeno sulle responsabilità rispetto a tali pessime condizioni, che credo andrebbero ricercate più che altro a monte del carrello che ogni sera passa in sezione per distribuire “la sbobba”.

In una realtà che non riesce a coprire le spese primarie ed i turni del personale diventa difficile conciliare le esigenze del bilancio con quelle del gusto, tuttavia mi ha sconcertato apprendere che la G.D.O. (grande distribuzione organizzata) ha posto dei veti precisi all’immissione sul mercato dei prodotti coltivati o realizzati in carcere, perché questi abbatterebbero i costi al dettaglio riducendo i margini di profitto; già, perché da uno studio effettuato appositamente è emerso che una volta avviata la produzione sistematica, ciò che uscirebbe dalle “serre serrate” potrebbe coprire un 3% del mercato.

L’incrocio dei due dati non richiede commenti approfonditi i quali emergono da soli, ritengo opportuno sottolineare piuttosto che questo sistema porterebbe moltissimi vantaggi sotto diversi aspetti; in primis l’autoproduzione di pane ed ortaggi potrebbe, andando a coprire il fabbisogno interno, risolvere i problemi legati alle forniture esterne (che però vedrebbero azzerare il profitto delle ditte appaltatrici del servizio); aumenterebbe la qualità di ciò che mangerebbero i detenuti impossibilitati ad acquistare generi alimentari attraverso il sopravvitto, e ultimo ma non ultimo, permetterebbe a tanti sciagurati che vedono trascorrere inutilmente anni “sbarrati” oltre che di imparare un mestiere, di gratificarsi delle piccole ma preziose cose come vedere crescere i pomodori o il basilico che hanno piantati, ed il conseguente valore rieducativo ed umano credo salti agli occhi.

Trovo pazzesco che una potenzialità palese venga, come molte altre, sacrificata sull’altare dei miseri interessi delle consolidate meccaniche burocratiche sulle quali il sistema penitenziario si continua a reggere. Mi spiace non contare abbastanza perché il peso della mia voce diventi così grande da non poter essere ignorato e mi pare di sentire le motivazioni inattaccabili dei burocrati che mai appoggerebbero iniziative del genere, per questo chiudo con un encomio a tutti coloro che nel loro piccolo hanno scardinato anche solo una minima parte del pesante portone e, nonostante gli “altri” riescono a realizzare la loro piccola, ma insostituibile ed importante parte per poter ribadire con orgoglio che la civiltà di una Nazione si misura dalla condizione delle sue prigioni. Alla prossima Fratelli…





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