img6Esistono sostanzialmente due modi di assunzione dei cannabinoidi: ingerirli o inalarli.
Queste modalità di assunzione sono ormai di uso comune per migliaia di individui che si curano con la cannabis, dove la legge lo permette.
 L’assunzione orale è il metodo meno usato sia per la millenaria tradizione di fumare le infiorescenze di questa pianta, sia perché gli effetti terapeutici attraverso l’inalazione, sono più immediati, anche se durano meno. Volendo beneficiare dei cannabinoidi attraverso l’ingestione, dato che la maggior parte di essi sono liposolubili, occorre farli sciogliere in dei grassi (burro o latte), per renderli più digeribili. Gli effetti sorgeranno solo dopo la metabolizzazione dei cannabinoidi e dureranno dalle 4 alle 8 ore circa.
Segnaliamo comunque che, secondo gli studi (come quello pubblicato dalla Gazzetta Anestesiologica nel 2008), l’ingestione di marijuana medicinale non è efficace come “fumarla”, nel trattamento di sintomi del dolore muscolare nell’uomo. Inoltre, uno studio condotto dal Dr. Birgit Kraft, presso l’Università di Medicina di Vienna, suggerisce che l’ingestione di cannabinoidi può provocare addirittura una maggiore sensibilità nei pazienti affetti da dolore muscolare. 
Per quanto riguarda invece l’inalazione, esistono due metodi: fumare la cannabis, bruciandola attraverso metodi tradizionali, oppure inserirla in un vaporizzatore, strumento che riscalda la cannabis ad una temperatura controllata di circa 210°C (la maggior parte dei cannabinoidi ha un punto di ebollizione di 392° F, corrispondenti a 200°C), facendo così passare i principi attivi allo stato di vapore, senza combustione.
I ricercatori sostengono che i vantaggi della vaporizzazione sono:

  • l’assunzione di principi attivi in forma molto pura
  • il mantenimento delle caratteristiche chimiche dei principi attivi
  • non si creano i prodotti dati dalla combustione (monossido di carbonio ecc.) irritanti per il sistema respiratorio e potenzialmente cancerogeni

In uno studio condotto in California, il Dr. Donald Abrams ed i suoi colleghi, hanno somministrato a 18 soggetti sani tre diversi tipi di cannabis, rispettivamente con un contenuto di THC del 1.7%, 3.4% e 6.8%, sia attraverso la vaporizzazione, sia fumando una sigaretta di cannabis. I picchi di concentrazione plasmatica e la biodisponibilità del THC sono stati simili nelle due condizioni. I livelli di monossido di carbonio erano decisamente ridotti con la vaporizzazione.
 Altro studio, effettuato presso l’Università di Leiden (Olanda), ha dimostrato che usando un buon vaporizzatore, in media il 54% del THC contenuto nelle infiorescenze viene vaporizzato, e di questo circa il 35% viene successivamente espirato dal consumatore. Le conclusioni dello studio sono che i livelli di THC assunti tramite la vaporizzazione sono analoghi a quelli ottenibili tramite il fumo da combustione; a differenza del fumo però la vaporizzazione non comporta l’assunzione di sostanze nocive per le vie respiratorie.
Secondo un sondaggio promosso da ricercatori della State University di New York e svoltosi su internet tra consumatori di cannabis, l’uso di un vaporizzatore è associato con una diminuzione dei sintomi respiratori riferiti, rispetto a consumare cannabis attraverso inalazione di fumo derivato da combustione.

Il metodo di vaporizzazione sta diventando sempre più popolare, sia perché più salutare, sia perché i cannabinoidi rilasciati senza combustione non vengono “persi” come avviene in parte per sovra combustione (quando la marijuana viene bruciata), permettendo un consumo più efficiente della cannabis. Inoltre, la possibilità di ottenere lo stesso effetto utilizzando una quantità minore di cannabis, rende l’acquisto di un vaporizzatore una scelta economica.
A tal proposito, da una semplice ricerca sul web, ho costatato che i prezzi vanno da 150€ alle quasi 400€. Esistono dei vaporizzatori più economici, dei quali sembra però dover diffidare: non si leggono buone recensioni su di essi e i commenti di chi ha potuto provarli non sono affatto positivi.





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