Ormai alla soglia del 2020, durante gli ultimi giorni piovosi che caratterizzano questo autunno dal cielo cinereo, Venezia è drammaticamente finita sott’acqua una, due, tre, quattro volte in un brevissimo lasso di tempo. Una serie devastante di ondate di marea, la più alta delle quali martedì 12 novembre ha raggiunto i 187 cm risultando seconda solamente al picco di 197 cm riscontratosi nel 1966. Come risultato di questo disastro un vero e proprio scenario di guerra, l’80% dell’intera città sott’acqua, negozi ed alberghi devastati, vaporetti accartocciati, barche distrutte, abitazioni devastate e perfino due vittime, mentre le prime stime parlano di un miliardo di euro di danni.

Eppure a difendere la città di Venezia da disastri di questo genere avrebbe dovuto esserci un’opera ciclopica (unica nel suo genere) che è già costata a tutti i contribuenti italiani la stratosferica cifra di 7 miliardi di euro, ma non è ancora mai entrata in funzione perché risulterebbe completata solamente al 90%, nonostante secondo le previsioni avrebbe dovuto essere operativa da almeno 6 anni.
Con i primi cantieri inaugurati nel 2003 dall’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il MOSE (Modulo Sperimentale Elettromeccanico), scelto dall’intera classe politica italiana come strumento per salvaguardare la città di Venezia dal fenomeno delle alte maree non è un’unica grande faraonica infrastruttura, bensì un insieme d’infrastrutture e interventi sul territorio coordinati fra loro.

Schema esemplificativo del funzionamento del MOSE

Volendo semplificare al massimo, le infrastrutture principali sono costituite da 79 paratoie in acciaio grandi come un condominio e pesanti 350 tonnellate, incernierate nei fondali delle bocche di porto dentro a cassoni del peso di 12.500 tonnellate l’uno e una serie di muraglioni alti fino a 7 metri sul livello del mare e larghi fino a 45 metri. Il tutto inserito all’interno di fondazioni collocate al di sotto della quota fondale fino a una profondità di -47,5 metri e rinforzate attraverso l’uso di 12.000 pali di cemento armato. Oltre a 157 cassoni di calcestruzzo armato necessari per l’alloggiamento delle paratoie mobili e per alloggiare edifici funzionali quali compressori e cabine elettriche, nonché apparecchi di minor ingombro.

Gli interventi principali, oltre alla costruzione di una vera e propria isola artificiale grande 5 volte Piazza San Marco, consistono nello sbancamento dei fondali alle bocche di porto, dragando circa 5 milioni di metri cubi di materiale sedimentato attraverso centinaia di anni e la collocazione di oltre 8 milioni di tonnellate di pietrame proveniente da cave nazionali ed estere, con lo scopo di proteggere le fondazioni dagli effetti dell’erosione marina.

La manutenzione dell’intera opera, costantemente a contatto con l’acqua salmastra, sarà un elemento di primaria importanza, dal momento che qualsiasi malfunzionamento di singole unità sarebbe in grado di pregiudicare l’efficacia dell’intero sistema ed è stimata in una cifra nell’ordine dei 100 milioni di euro annui.

Quando fosse prevista un’alta marea superiore ai 110 cm le paratoie verranno svuotate dell’acqua mediante l’immissione di aria compressa e in conseguenza di ciò si dovrebbero sollevare, ruotando intorno all’asse delle cerniere, fino ad emergere. Si verrebbe a creare così una sorta di diga mobile in grado d’isolare temporaneamente la laguna dal mare bloccando il flusso della marea e impedendo che Venezia venga sommersa.

Purtroppo, nonostante siano già stati spesi 7 miliardi di euro, quasi il doppio dei 4,5 previsti, la costruzione del MOSE trascinatasi fino ad oggi stancamente fra scandali, ruberie e arresti eccellenti risulta ancora in alto mare e la classe politica che ci governa, di fronte a quanto sta accadendo in questi giorni a Venezia domanda altra pazienza, altri miliardi e altro tempo, promettendo che fra due anni, al massimo tre, l’opera sarà completata e le alte maree devastanti a Venezia resteranno solamente un brutto ricordo.
Il tutto mentre le cerniere delle paratoie, ormai in acqua da anni e costruite con materiali non idonei, stanno arrugginendo, il che rende impossibile qualsiasi collaudo e non è stata fatta fino ad oggi alcuna verifica che possa dimostrare come il MOSE, qualora un giorno entrasse in funzione, abbia realmente le potenzialità per salvare Venezia dall’acqua alta.

Per quanto ci si sforzi di essere ottimisti, la sensazione di essere stati buggerati continua a farsi sempre più forte. Diventa difficile dimenticare come un gruppo di esperti nominati dal Comune di Venezia quale organo di consulenza per le linee e le opere di salvaguardia della laguna, nella sua relazione del 15 novembre 2005 (quando ancora la costruzione dell’opera poteva essere bloccata) bocciò sostanzialmente il MOSE considerandolo un progetto obsoleto, costoso, impattante e non in linea con i criteri fissati dalla Legge Speciale per Venezia, collocandolo all’undicesimo posto fra i 12 progetti alternativi esaminati.

Le alternative dunque esistevano, si basavano sul ripristino dell’ecosistema lagunare, avrebbero avuto un bassissimo impatto ambientale, sarebbero state completamente reversibili (a differenza del MOSE che non lo è), avrebbero avuto dei tempi di realizzazione assai più brevi e avrebbero comportato dei costi irrisori rispetto all’ecomostro che sta arrugginendo nelle acque della laguna. Ma forse proprio questa ultima caratteristica non risultò gradita alla consorteria del cemento e del tondino e alla classe politica con essa connivente, tutti soggetti con un grande appetito che solo un’opera dal costo miliardario protratta indefinitamente nel tempo può soddisfare.





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