La trap e De Andrè. Esiste un legame tra queste due entità? Un sottilissimo filo rosso in grado di collegare questi due mondi apparentemente agli antipodi? Lo abbiamo chiesto al cantautore misterioso The Andrè, che nella sua opera è riuscito a far convivere sotto lo stesso firmamento le tematiche dei testi di Bello FiGo, Dark Polo Gang, Sfera Ebbasta, Ghali e Young Signorino con qualcosa di più della sola estetica deandreiana. Partito coverizzando su YouTube i testi dei brani trap più invasivi del momento, con la voce e su una base musicale alla De Andrè, nel suo disco “Themagogia – Tradurre, tradire, trappare”, infatti, The André arriva a una nuova sintesi degli antipodi. Ecco cosa ci ha raccontato di questo bizzarro matrimonio alchemico.

Innanzitutto, come ci si sente a scomodare De André?
Molto male! La cosa è partita per scherzo e non mi aspettavo tutta questa risonanza, quindi, quando sono arrivati commenti ai miei video del tipo: “De Andrè si sta rivoltando nella tomba”, mi sono sentito in colpa. Avendoci riflettuto a lungo, però, mi sono reso conto che la mia è un’operazione, di cui forse lui non avrebbe riso, ma avrebbe liquidato il tutto con una bestemmia.

Che rapporto hai con la sua musica?
Sono cresciuto ascoltando De Andrè, ho imparato a suonare la chitarra e a cantare con la sua musica. Dal lato umano, molti dei suoi messaggi mi sono entrati dentro e mi ci ritrovo molto vicino anche adesso.

Hai avuto feedback da Dori Ghezzi?
Ha scoperto il progetto tramite conoscenze comuni e, invece di farmi chiudere il teatrino, come temevo, mi ha voluto incontrare alla Fondazione. Le ho spiegato la mia idea e lei, non trovandoci nulla di irrispettoso, mi ha dato il suo nulla osta. Sono felice che abbia colto l’ironia del progetto.

E da Cristiano De Andrè?
Da lui non ho avuto nessun feedback. È uno dei motivi per cui non svelo la mia identità, ché se mi incontra per strada…

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Tutto a causa della trap. Che reazione hai avuto all’esplosione del genere?
Totale chiusura, riconoscendola subito come un sottoprodotto culturale. Frequentandola per questo progetto, però, ho scoperto che in realtà ci sono delle cose della trap che possono essere considerate innovative e comunque è un tentativo di espressione, se non anagrafico, almeno culturale. Quanto questo corrisponda a dire che è una forma artistica alta, non lo so. Io la sto attraversando in modo ironico, capita però delle volte, che alcuni messaggi, che ho cercato di veicolare servendomi di quelle canzoni, fossero già in filigrana lì dentro.

Tu li hai solo “tradotti”?
Il “Tradurre” del titolo prende le mosse dall’evoluzione del progetto. A un certo punto alcuni testi erano talmente fuori dalla poetica di De Andrè, che dovevano essere tradotti, non in senso letterale, ma da un mondo all’altro.

Un tradimento?
Sì, verso gli autori dei testi trap, perché pur richiamandoli, alla fine dico quello che voglio, e verso la figura di de Andrè, che viene evocata, ma mai espressa.

La copertina del disco

Visto che la terza parola de sottotitolo è “Trappare”, conservi qualcosa del genere che satireggi?
Oltre all’origine lontana dei pezzi, direi nulla. Anzi, nell’unico brano originale del disco, che con fantasia ho chiamato “Originale”, cerco di fare un po’ il trap boy, di fare brutto, ma sono così scarso che finisco col fare un dissing a me stesso.

Veniamo al titolo: “Themagogia” inquadra bene il contesto sociale in cui è possibile che tutto questo avvenga.
Direi di sì. Io l’ho inteso come una trasposizione musicale del suo significato originale: il politico dà alle masse quello che vogliono, ma in realtà persegue i suoi interessi; io lo faccio con la musica, il popolo vuole la trap e io gliela do, ma in realtà poi faccio la musica che interessa a me.

Più che un inganno malefico, mi sembra edificante.
Alla fine faccio una musica che non è particolarmente in voga in questo periodo storico e forse grazie ai vaghi riferimenti alla trap viene ascoltata da persone che non ci si sarebbero mai avvicinate altrimenti. È il sottotesto che attrae, ma mentre lo veicolo, arriva anche tutto il resto.

Il non dire niente della trap o ridire il già detto dell’indie pop sono un segno dei tempi?
Assolutamente sì, siamo un’epoca abbastanza manierista, che si rifà tanto al passato, senza portare un contenuto spaventosamente innovativo. Detto questo io sono convinto che qualsiasi contributo innovativo muove in realtà da quello che c’è stato prima, il punto sta solo nel giocare un po’ più a carte scoperte.

In modo faceto tu parli di temi importanti, come l’omosessualità e l’immigrazione. Se potessi lanciare un messaggio a Salvini cosa gli diresti? Già lo hai pungolato quando ha commemorato sui social la morte di De Andrè.
Tutto quello che vorrei dirgli è già contenuto in una canzone come “La ballata dell’affitto”, che è la traduzione di “Non pago affitto” di Bello Figo e in altri pezzi del disco. Sui social gli ho lanciato una frecciata perché aveva pubblicato due versi de “Il Pescatore” e giustamente tutti lo stavano attaccando. Nessuno possiede tra le mani il messaggio di Faber, ma in quel caso era davvero diametralmente opposto a tutto quello che lui rappresenta. Non potevo tacere.

A differenza dei trapper, invece, non ti esprimi sul consumo di canapa o affini, sei un reazionario in quest’ambito?
No, non sono un reazionario, ma non sono neanche un consumatore, quindi non mi sentivo in grado di poterne parlare con cognizione di causa.

Raccontami della tua collaborazione con Dolcenera, avete fatto insieme la cover di “Cupido” di Sfera Ebbasta ft. Quavo.
Avevo appena iniziato a uscire con le mie cover su YouTube, stavo cominciando ad avere rapidamente un riscontro di pubblico e sono stato contattato da Dolcenera. All’inizio ho pensato che fosse uno scherzo, ma anche lei stava facendo qualcosa di smile e pensava che una collaborazione fosse uno sviluppo naturale. Ovviamente io ero terrorizzato all’idea, perché stavo passando da dietro un pc a confrontarmi con una vera artista, ma invece lei è stata estremamente accogliente e gentile, mi ha fatto sentire a mio agio ed è andata molto bene.

Ti vedi in un secondo capitolo di questo progetto o ha già dato quel che doveva dare?
Spero di riuscire a portarlo avanti, si è già evoluto parecchio rispetto all’inizio e vorrei continuare così, perché il cambiamento è positivo.

Foto di Fabio Marchiaro





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