Il secolo scorso fu contrassegnato dal mito della tecnologia e della velocità. Nel Manifesto del futurismo del 1909, Filippo Tommaso Marinetti annunciava: «Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova, la bellezza della velocità». Ogni innovazione tecnologica veniva salutata come un prodigio umano, capace di migliorare il mondo e contribuire a liberare l’uomo. Tra gli anni Sessanta e Settanta, con lo sviluppo dei computer e delle prime tecnologie digitali, divenne opinione comune tra gli analisti che nel giro di poco avremmo fatto tutti parte di un unico villaggio globale, liberi dal fardello del lavoro e con molto più tempo da dedicare a noi stessi. Gli economisti teorizzarono che entro il nuovo millennio gli uomini, quanto meno nelle società occidentali, avrebbero lavorato non più di quindici ore a settimana. È evidente che qualcosa è andato storto e non di poco.

Rispetto alle generazioni precedenti non solo non stiamo lavorando meno, ma siamo sottoposti a dosi di stress sconosciute ai lavoratori di un tempo. Cosa è successo? Che il progresso tecnologico ha posto l’umanità di fronte a un bivio e la strada da prendere è stata decisa senza consultare i cittadini e senza alcun dibattito. Nonostante si trattasse di una decisione fondamentale per lo sviluppo del pianeta. Ci siamo trovati al punto in cui lavorare tutti quanti otto ore al giorno non era più necessario, perché le macchine potevano fare parte del lavoro dell’uomo. Si poteva quindi decidere di lavorare tutti di meno, distribuendo i benefici dell’automazione anche verso il basso della piramide e andare in direzione di un sistema con più tempo libero per tutti a parità di ricchezza materiale, oppure si poteva scegliere di continuare a fare lavorare la gente come e più di prima, anzi sovraccaricandola dello stress dato dal bisogno di controllare costantemente più dispositivi, il tutto per far sì che i benefici dell’automazione andassero esclusivamente nelle tasche di pochi uomini ricchissimi. Si è scelta questa seconda strada e i suoi frutti più evidenti, ad oggi, sono i nomi e le facce di pochi principi dell’economia digitale e la crescente diseguaglianza economica che colpisce il mondo.

Al bivio si è presa una strada ben precisa: la tecnologia non è stata posta al servizio dell’uomo, ma del capitalismo. Ogni evoluzione che avrebbe potuto diminuire la fatica dell’uomo è stata invece utilizzata per aumentare il profitto dei pochi che possiedono i mezzi di produzione. Non era inevitabile, è stata una scelta.

Soprattutto per questo oggi dello sviluppo tecnologico conosciamo i lati oscuri e più insidiosi. Nel mondo del lavoro, tra uomini e macchine c’è una guerra in corso. I magazzini di Amazon, praticamente del tutto automatizzati, devono impiegare pochissimi uomini rispetto a quanti ne sarebbero serviti anche solo 20 anni fa per muovere la stessa enorme quantità di merci. I pochi lavoratori umani devono correre a ritmi pazzeschi, rincorrendo i pacchi nei tempi di consegna imposti dalle macchine. Tanto lavoro, stress altissimo e salario basso: con questi ingredienti il capo della baracca, Jeff Bezos, è diventato l’uomo più ricco del mondo con 113 miliardi di dollari.

È un caso limite ma in tutte le aziende, bene o male, la questione è la stessa: quotidianamente uomini perdono il lavoro sostituiti da macchine, e quelli che rimangono sono sempre più sottoposti allo stress e a ritmi di lavoro che peggiorano, in un mondo dove alla concorrenza tra uomini si aggiunge quella con le intelligenze artificiali delle macchine, nella paura che un giorno queste non abbiano più bisogno di noi neppure come bassa manovalanza.

Fuori dall’orario di lavoro, la convivenza con la tecnologia non è necessariamente migliore. Se il principio di tutto è l’economia, misurata esclusivamente attraverso la crescita del Pil, ne consegue che il cittadino-consumatore deve comprare, consumare e ricomprare in un ciclo infinito e sempre più veloce. La pubblicità ha il compito di gasarci verso ogni nuova innovazione tecnologica: il cellulare di ultima generazione, lo smart watch, gli elettrodomestici comandati a distanza, il frigorifero smart e la smart Tv. Tutto deve essere smart, tutto promette di liberarci da ogni sbattimento quotidiano regalandoci un sacco di tempo. Quante di queste cose servono davvero a migliorare la vita dell’uomo? Alcune sì, di molte si potrebbe certamente fare a meno.
Il fatto è che stiamo andando incontro – anzi, siamo già dentro – a un uso spropositato della tecnologia, da molti ritenuto estremamente pericoloso per la razza umana. E lo facciamo in molti casi senza porci alcuna domanda. La tecnologia ormai monopolizza anche il nostro tempo libero, speso in gran parte sui social network o comunque davanti a uno schermo. Così come domina anche i nostri movimenti, sorvegliandoci a distanza per scopi che non conosciamo. E questa è forse il suo aspetto potenzialmente più distopico e meno conosciuto.

L’avanguardia di questo è la Cina, dove in diverse città il governo sta sperimentando il sistema di “credito sociale”. Sorta di patente a punti che premia o sanziona i cittadini in base ai comportamenti: non solo la capacità di onorare debiti e pagamenti, ma anche acquisti e abitudini personali. Ad esempio, passare troppo tempo su siti di gioco online fa perdere punti, così come non fare bene la raccolta differenziata, diffondere opinioni contro il governo o prendere parte a proteste. Il tutto è analizzato da un database e sono previste sanzioni per chi ha un basso ranking: dal divieto a prendere voli, al rallentamento della connessione internet, all’esclusione dei figli dalle migliori scuole. Esiste anche un sistema di recupero crediti, come fare assistenza agli anziani o attività di volontariato sotto l’egida del Partito. Sembra incredibile ma è già realtà e l’obiettivo è quello di rendere il sistema operativo in tutta la Cina nei prossimi anni, andando a costruire un sistema in grado di stabilire nuovi concetti di cittadinanza, basati su una patente a punti capace di premiare e sanzionare i cittadini su basi comportamentali.

Si tratta di un caso estremo e proveniente da una dittatura, verissimo. Ma da troppo tempo – rassicurati dal fatto di vivere in democrazia e dall’idea che “io tanto non ho niente da nascondere” – anche noi stiamo regalando a soggetti pubblici e privati informazioni complete su spostamenti, abitudini, consumi, vizi e opinioni. E una volta con l’emergenza del terrorismo, un’altra con quella della pandemia, ci convinciamo anzi che non c’è niente di male a subire una nuova stretta di controllo digitale in cambio di più sicurezza. Quanto tempo passerà prima che ci abitueremo a vedere anche nelle nostre strade i cani-poliziotto robot intenti a fare rispettare il distanziamento sociale (sono realtà a Singapore) o ad essere sorvolati da droni in missione di controllo?

Questi usi della tecnologia non sono neutri, sono potenzialmente molto pericolosi. Per questo è tempo che si trovi una nuova consapevolezza sull’uso della tecnologia, sia quella che ci viene imposta “a fin di bene”, sia quella che compriamo con entusiasmo.

Non è questione di essere contro il progresso. La tecnologia rimane una cosa fantastica, sia chiaro. Ma lo è quando è posta al servizio dell’uomo. Ogni tecnologia, messa al servizio dell’umanità, può essere una cosa grandiosa che ci permette di fare un passo verso un mondo migliore. Questo è il progresso da rincorrere.

I microchip vengono già utilizzati per ricostruire il midollo spinale e permettere ai paraplegici di riprendere in parte a muoversi, questo è un uso giusto della tecnologia. Le smart city possono essere la base per una gestione intelligente del traffico nelle metropoli, per ottimizzare i consumi energetici e rendere più efficiente la raccolta dei rifiuti, per rendere inutili le auto private attraverso sistemi intelligenti di trasporto pubblico, bike e car sharing. A questo deve servire la tecnologia nelle città, non per sorvegliare e punire i cittadini. E al servizio dell’uomo possono essere anche i robot e i droni, se si decidesse che quella è la strada che si vuole percorrere. I robot potrebbero liberare l’uomo dall’incombenza di tante fatiche e permettere di ridurre l’orario di lavoro, subito e in modo drastico. E anche i droni, come tutte le tecnologie, non sono buoni o cattivi dalla nascita. Utilizzarli per consegnare le merci liberando le strade dal traffico e i fattorini da un lavoro malsano sarebbe un modo per metterli al servizio dell’uomo, ma per ora il loro utilizzo principale è per controllare persone o per bombardare le zone di guerra. Anche i social, perché no, possono essere strumento positivo, che serve a tenere in contatto amici e parenti lontani e a ricevere facilmente le informazioni che ci interessano.

Il problema è l’uso sconsiderato non lo strumento in sé. Insomma la tecnologia può essere qualcosa di fantastico o di tremendo, la differenza la fanno le nostre scelte e quelle dei nostri governi. Quello che possiamo fare per ora – come sempre consigliamo – è essere critici e riflessivi nelle scelte, senza farsi governare dalla pubblicità, dalle paure imposte e tantomeno dalla gara con gli amici a chi possiede l’ultimo modello di smartphone.





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