moda sfruttamento lavoro
Se vi interessa così tanto farvi scopare, andate a lavorare nei bordelli. Non c’è posto per voi qui!”. Questa è stata la risposta data alle lavoratrici, che chiedevano il diritto ai permessi di maternità, dai dirigenti di una importante fabbrica di abbigliamento in Bangladesh.

“Hanno cominciato a picchiarmi. Pugni, schiaffi, calci. Sono caduto a terra e loro hanno picchiato più forte. Pensavo che mi avrebbero ucciso”. Questo il trattamento riservato, in un’altra fabbrica tessile, ad un lavoratore intervenuto a difesa di una sua collega ingiustamente licenziata.

“Quattro persone mi tenevano fermo e mi picchiavano e sulle gambe con dei bastoni. Altre due, intanto, stavano massacrando mia moglie con delle spranghe di ferro. L’hanno picchiata sulla testa e sulla schiena. Le sue braccia erano ricoperte di ferite e sanguinava dappertutto. Le hanno rotto le ossa di una delle sue mani e ha dovuto farsi mettere 14 punti in testa per ricucire lo squarcio che le avevano fatto. E mentre ci picchiavano, urlavano ogni insulto ed ogni minaccia. “Volete fare attività sindacale? Bene! Prima vi ripuliamo! Una bella doccia di sangue!“. E’ accaduto ad una coppia di lavoratori colpevoli di star organizzando il sindacato nell’azienda tessile in cui lavoravano.

Sono passati due anni da quell’omicidio di massa (1.100 morti e migliaia di feriti) che è stato il crollo del Rana Plaza, un fatiscente edificio che ospitava decine e decine di fabbriche d’abbigliamento nel cuore di Dacca, la capitale del Bangladesh. Omicidio, non tragedia, perché tutti sapevano che quella struttura prima o poi sarebbe crollata. Omicidio, non fatalità, perché i lavoratori, impauriti dall’aprisi di numerose crepe, furono costretti a rientrare al lavoro, pena il licenziamento.

Eppure, nonostante tutto ciò, si continua a far guerra ai lavoratori e ai loro sindacati. Al Rana Plaza ai sindacati non era concesso l’ingresso ed i risultati si sono visti.

Nello stesso tempo, nonostante fiumi di belle parole, va a rilento il sistema di controlli di sicurezza sulle migliaia di fabbriche e fabbrichette che ospitano, in condizioni a dir poco disumane, milioni di lavoratrici, pagate meno di 100 dollari al mese. Un altro Rana Plaza è possibile e la dignità di milioni di lavoratori rimane quotidianamente calpestata.

Manca una seria volontà da parte delle autorità
preoccupate di far fuggire altrove pezzi importanti del tessile che qui è il centro dell’economia nazionale. E manca l’interesse degli imprenditori locali abituati a far profitto in ogni modo. Mancano politiche serie da parte delle grandi firme della moda mondiale che qui operano con ricavi stratosferici.

Quali? Più facile far l’elenco di quelle che qui non ci sono.

Un esempio della pesantezza della situazione è stato il risarcimento alle vittime del crollo del Rana Plaza. Per le 5.000 vittime, tra morti, feriti e quanti avevano perso il loro salario, si era convenuta la risibile cifra di 30 milioni di dollari. Spiccioli di fronte alle vite perse e ai miliardi di dollari che grazie a questa povera gente le grandi imprese fatturano.

Ebbene, ci sono voluti due lunghissimi anni per mettere insieme la cifra e quasi un quarto di questa è stata frutto di una donazione anonima. I grandi marchi hanno voluto trattare sui risarcimenti. A loro,forse, sembravano troppi.

Ad esempio Benetton, che avrebbe dovuto contribuire con circa 8 milioni di dollari, prima ha negato di avere sue produzioni al Rana Plaza. Poi, di fronte all’evidenza, ha chiesto che a stabilire l’importo dovuto fosse, alla fine, una “Ong”, la Wrap e ha versato solo un milione.

WRAP in realtà, come denunciano più campagne per “abiti non sporchi di sangue”, è una società di certificazione e auditing sociale, sponsorizzata in maniera unilaterale dall’industria, con uno dei peggiori curriculum del comparto. La fabbrica Garib & Garib, ad esempio, bruciata nel 2010 causando 21 morti a Dacca, era stata da poco certificata dalla WRAP.





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