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Citra è una giovane madre indonesiana di 32 anni che lavora 55 ore e sei giorni la settimana e guadagna solo 184 dollari al mese dopo 12 anni alla PT Nikomas, un subappaltatore della Nike che nel suo paese impiega 25.000 persone. Guadagna, cioè, 83 centesimi l’ora, 2208 dollari l’anno.

Citra lavora nel reparto di cucito e deve occuparsi di 100 scarpe all’ora. “Se non ce la faccio mi urlano contro e non c’è scampo. Quello che non sono riuscita a terminare si accumula e devo riuscire a farlo nelle ore e nei giorni successivi. Mangiare il cibo che ci danno è veramente difficile, perché puzza e puoi immaginarti come puzzino i nostri bagni. Un unico camerone, con 15 postazioni e 850 donne.

Io non voglio che la Nike abbandoni il mio paese. Quel poco che danno per noi è comunque importante. Qui da noi c’è tanta, troppa miseria. Ma sarebbe davvero bello se la smettessero con le loro urla e aumentassero i salari di un 50%. Mi ammazzerei di lavoro come sempre, ma per i miei figli ci sarebbe un pezzettino di vita migliore”.

Una richiesta assurda? Sarebbe troppo per una multinazionale che ha registrato 27,8 miliardi dollari di fatturato e ha speso 3.000 milioni dollari in pubblicità e promozioni fiscali nel 2014.

Quello stesso anno, il CEO di Nike, Mark Parker, è stato pagato 14,7 milioni di dollari. Cioè 7.656 dollari l’ora. Un’ora di lavoro di Mark vale tre anni di superlavoro di Citra…

Stando poi alle dichiarazioni doganali i costi di produzione di un paio di Nike, che pagheremo tra i 100 ed i 200 dollari, è di meno di 6 dollari. Profitti spaventosi, sulla pelle di tante povere Citra.





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