Definire l’essenza del viaggiare è pressoché impossibile, perché ci sono delle implicazioni soggettive che cambiano da persona a persona. Per alcuni, viaggiare non è altro che spostarsi in un altro luogo. Per altri è scoperta, per altri ancora è emozione allo stato puro. C’è chi trova la felicità nel viaggio, chi una cura e chi una risposta.

Come recita un antico proverbio: «chi torna da un viaggio non è mai la stessa persona che è partita». Anche in questo caso la saggezza popolare si rivela portatrice di verità, perché una cosa è certa: viaggiare è sinonimo di evoluzione. Viaggiare vuol dire cambiare, è crescita personale e spirituale. Ed è questo il motivo per cui molte persone scelgono con cura le proprie destinazioni. Perché si tratta di un percorso dentro noi stessi, prima che in giro per il mondo.

Chi la vede in questo modo ama visitare quei luoghi dove la spiritualità si respira nell’aria. Sono quei posti con un’energia unica, nei quali si “rifugiano” viaggiatori di tutto il mondo, attratti dalla possibilità di potersi fermare e prendersi del tempo per se stessi. Esistono tante destinazioni fortemente spirituali e molte di queste si trovano a Oriente, lontano dai nostri usi e dalle nostre tradizioni.

Non è un caso che il continente asiatico sia spesso associato alla spiritualità, perché sono queste le terre nelle quali il buddhismo e l’induismo affondano le proprie radici. Religioni ancora molto praticate e in grado di influenzare fortemente la quotidianità delle persone che credono. Lo si può osservare, ad esempio, quando si visita Bali.

Per le strade di tutta l’isola, ogni giorno centinaia di donne preparano e sistemano per terra composizioni floreali che rappresentano le offerte agli Dei. Recitano preghiere, utilizzano l’acqua per benedire i fiori e poi tornano alle loro faccende. Gli uomini si vestono con abiti tradizionali bianchi e con le fasce colorate in testa, intonano canti religiosi con il sorriso sulle labbra, mentre tramandano quegli antichi riti ai bambini. Ogni giorno ci sono manifestazioni induiste con musica e processioni attraverso i quartieri.

Tu sei un semplice visitatore, non comprendi a fondo quella cultura e quelle manifestazioni religiose, ma li osservi incantato e percepisci la sacralità di quei gesti. Capisci di trovarti in un luogo dove è tuo diritto fermarti e occuparti di ciò che tralasci nella quotidianità: te stesso. Questa consapevolezza si fa forte soprattutto durante il Nyepi, il cosiddetto Capodanno di Bali. Non si festeggia il 31 dicembre, ma in una data che varia da anno ad anno. Si tratta di una festività molto sentita dalla popolazione balinese, al punto che nel giorno più importante – il Nyepi Day appunto – tutti rispettano una serie di regole molto rigide.

Per comprendere la grandezza del Nyepi è però necessario fare un passo indietro. Nei giorni precedenti, i balinesi si organizzano per preparare un vero e proprio spettacolo che si potrebbe considerare al pari del nostro ultimo dell’anno. Tutti, dai bambini agli anziani, partecipano attivamente ai preparativi preparando offerte per le divinità ma soprattutto costruendo imponenti statue in bambù che raffigurano i demoni. Sono dipinte con una cura e una passione tali da essere incredibilmente reali. I demoni sono riprodotti come mostri spaventosi e minacciosi. Spesso sono statue alte più di tre metri e pesanti decine di chili. Tra le varie zone di Bali c’è una sorta di competizione su chi riesce a costruire quelle più terrificanti. Nel giorno precedente al Nyepi, le statue devono essere cacciate dalla città. È una metafora a cui i balinesi credono molto, perché vedono in questo gesto la possibilità di liberare l’isola dagli spiriti cattivi e dal male.

Il giorno prima del Nyepi, che viene festeggiato come un vero e proprio capodanno, vede impegnati tutti gli abitanti di Bali: uomini, donne e bambini trasportano le statue dei demoni lontano dalla città, cantando e danzando con l’entusiasmo di chi sta cacciando la negatività dalla propria casa. Quando le statue sono state allontanate, tutta Bali esplode nei festeggiamenti. Fino alla mezzanotte si canta, si balla e si ride per la liberazione dell’isola. Poi, improvvisamente, tutti corrono a casa per prepararsi al Nyepi Day.

Il Nyepi Day, infatti, è una giornata nella quale ogni induista deve riflettere sulla propria vita, sul rapporto con gli altri e con la natura, sul proprio ruolo nel mondo e sul suo futuro. Per mantenere intatta la sacralità di questa festività, sono state imposte delle restrizioni molto forti: durante il Nyepi Day nessuno può parlare, mangiare, lavorare, viaggiare, utilizzare elettricità e illuminare la propria casa.

Nel Nyepi Day, Bali si sveglia nel silenzio più assoluto, interrotto solo dai rumori della natura. Non si può uscire dalla propria abitazione, nemmeno se sei un visitatore. Anche nella super turistica Kuta non c’è anima viva per le strade, se non i vigilanti vestiti di nero che si assicurano che tutti siano in casa. L’aeroporto e gli ospedali sono aperti solo per le emergenze.

Lo scopo di questa giornata è spingere le persone a riflettere e dedicarsi all’introspezione. Chiamato anche Silence Day per il divieto di parlare, il Nyepi Day dura un giorno intero, a partire dalle 6 di mattina. Ventiquattro ore per stare da soli, meditare e ragionare sui fatti della vita, senza elettricità, internet, cibo e distrazioni di alcun tipo. L’idea è di stare soli con i propri pensieri, per lasciarli liberi di fluttuare e sfogarsi come non possono fare durante il resto dell’anno. Un’esperienza che tutti rispettano con grande serietà, anche in questi tempi così frenetici, nei quali siamo costantemente connessi. Una situazione incredibile soprattutto agli occhi di un occidentale abituato a un’esistenza quasi completamente priva di spiritualità e introspezione.

Il Nyepi Day è il simbolo della spiritualità di Bali sia una delle destinazioni più popolari al mondo per chi vuole effettuare un viaggio dedicato al risveglio della propria anima. Fin dagli anni Sessanta, l’induismo e le festività come il Nyepi attirarono americani, europei e australiani, che trovarono su quest’isola un rifugio dal caos e dallo stress della vita nelle grandi metropoli, il luogo ideale dove condurre un’esistenza rilassata all’insegna della spiritualità. L’isola indonesiana diventò molto presto il ritrovo per gli amanti della meditazione, perché qui c’erano i primi ritiri spirituali dove praticare Yoga e meditare in silenzio di fronte alle meravigliose risaie.

La grande bellezza di Bali è che ancora oggi è possibile vivere queste esperienze. A Ubud, zona nell’entroterra immersa nel verde, sembra di essere rimasti indietro di trent’anni perché le persone – soprattutto i tanti occidentali – vivono con grande spensieratezza. Ubud non ha niente a che vedere con il caos e la vita notturna di Kuta, zona di ritrovo per surfisti e festaioli. Nel cuore di Bali, le discoteche lasciano il posto ai templi e l’oceano alle risaie e le cascate. Qui le giornate iniziano molto presto, con il Saluto al Sole, millenaria pratica dello Yoga. Dopo cena tutto si spegne, perché si vive inseguendo il sole e godendo appieno della sua luce. Quando metti piede a Ubud capisci che è un posto unico al mondo. È qui che si ritrovano coloro che si sono stufati della rat race della società occidentale. Chi cerca un po’ di pace e silenzio interiore, viene qui e inizia a meditare per tornare a ragionare lucidamente sulla propria vita. Ubud è una terapia, così come lo sono tante altre destinazioni del sud-est asiatico.

In queste terre lontane e così diverse dalle nostre, si può dare tutta una nuova definizione al viaggio. Chi non vuole limitarsi a fare il turista, ma desidera intraprendere un percorso interiore prima che esteriore, troverà in Bali il punto di partenza ideale.





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