Woman shopping at the supermarket

Diversi anni fa coniai una frase. Ci pensai parecchio perché doveva avere una sonorità apprezzabile, trasmettere al volo un’idea, essere immediatamente comprensibile e diventare un meme, qualcosa di tanto facile e allo stesso tempo potente da originare un passaparola spontaneo: «L’autoproduzione è la vera rivoluzione». Oggi che l’autoproduzione è un concetto conosciuto e in parte condiviso, oggi che non siamo più solo quelli strani che si coltivano l’orto e si fanno il pane in casa, l’autoproduzione è diventata addirittura moda. Esattamente come nella moda basta mettere un logo al peggior straccio perché sia approvato dalla massa, così l’autoproduzione sta diventando il mantra di chi vuol pulirsi l’immagine dalla consapevolezza che la devastazione dell’ecosistema è colpa comune.

La rivoluzione di cui parlavo era invece il passare a un sistema di bio-regionalismo, almeno per la spesa alimentare, cosa che in Italia è largamente attuabile persino nelle grandi metropoli come Milano. Produrre da sé alimenti che in genere si acquistano già pronti e che comportano raffinazioni industriali, trasporti su gomma e la dipendenza dalla grande distribuzione, può essere una parte sostanziale della soluzione all’inquinamento che produciamo. Tornare, in pratica, ai consumi alimentari d’inizio Novecento, agli alimenti sfusi non impacchettati nella plastica, all’uso di prodotti locali, a un’agricoltura priva di pesticidi e al rassegnarsi al fatto che in Veneto in autunno ci siano mele e pere, mentre in Sicilia arance e mandarini.

Ma oggi, con “autoproduzione”, si indica persino una pizza di farina bianca importata, impastata con acqua comunale al cloro e lievito del banco frigo, cotta in un forno elettrico alimentato a combustibili fossili da qualche centrale lontana e, infine, servita su un piatto di plastica che è a sua volta frutto di un polimero del petrolio estratto in Texas e raffinato a Genova, inquinando tutto il litorale – ma «autoproduco, ho fatto la pizza in casa!» No, non è pizza ma un disastro ecologico.

Quando ho iniziato a parlare di autoproduzione come rivoluzione, non avevo in mente lezioni di economia domestica declinate in chiave ecologista. Avevo in mente più semplicemente l’uscire dalla morsa della grande distribuzione e del suo forzarci al consumo sfrenato dell’inutile. Pensiamo per esempio alla ormai classica confezione da supermercato con sei pomodori in una scatola di plastica. Ogni giorno fanno circa 30 scatole per ogni supermercato italiano cioè 870mila scatole in un giorno e 26 milioni di scatole al mese, in plastica non riciclabile, che vengono buttate nell’immondizia e bruciate nei termovalorizzatori. Capite come il grande business non sia più venderci i pomodori ma le scatole, incluse nel prezzo del pomodoro, così come il loro incenerimento in appositi impianti, che paghiamo noi. Tutto questo perché gli italiani sono drogati di alimenti fuori stagione e troppo pigri per andare dal fruttivendolo, dal panettiere e dal droghiere. Preferiscono girare come infanti ebeti attaccati al loro carrello sempre più grande, lasciandosi stordire da musiche, odori e colori studiati appositamente per stimolare all’acquisto compulsivo, alla nevrosi di accaparrare più di quello che serve, solo perché possono pagarlo.

Il nostro Paese, come il resto del mondo, si è convinto di essere ricco solo perché l’accesso al supermercato è garantito a tutti e l’acquisto dell’inutile è qualcosa che tutti ci possiamo permettere. L’acquisto livella le distinzioni sociali, si va tutti al supermercato, si comprano le stesse cose, dalle stesse multinazionali che ci convincono che il benessere è l’abbondanza di merci.

Come uscire da quest’alienazione massacrante dell’ecosistema e dell’individualità? L’autoproduzione è solo una parte della soluzione e, se ben gestita, ci aiuta a non aver bisogno del circo della grande distribuzione: compriamo la farina prodotta nella nostra regione, magari attraverso un gruppo di acquisto solidale o andando allo spaccio del produttore o al mercato contadino. La impastiamo con la pasta madre, un lievito molto più ricco e sano che si riproduce per sempre, senza ricomprarlo. La scelta però non deve fermarsi qui.

La soluzione comporta andare oltre, deve arrivare allo scegliere un atteggiamento mentale: la frugalità. La frugalità è godere del solo necessario, ignorando il superfluo che ci bombarda da ogni parte. Si tratta soprattutto di una frugalità mentale, di una leggerezza del pensiero e dell’azione, quella che ogni tanto mi fa scegliere di mangiare solo della frutta, perché è già lì pronta in natura. Non c’è alcun bisogno di raffinare e cucinare nevroticamente degli alimenti tutti i giorni per avere il cibo con cui sostentarsi.

Se invece ho bisogno ogni settimana di 210 litri di merci (la misura di un carrello da supermercato) sono schiava di un atteggiamento nevrotico indotto, quello di accaparrarmi merci di cui non necessito. 
La soluzione è la frugalità. La frugalità di fare la spesa con la mia solita borsa di canapa, parlare con qualche produttore-venditore e portare a casa solo quello che ci sta nella borsa, con le mie gambe, il mezzo di locomozione più sostenibile. Se ho bisogno di più, devo fare un altro giro, in natura funziona così ed è piuttosto equilibrato.





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