cannabis fumareNei paesi dove la cannabis è legale si sta moltiplicando anche la ricerca scientifica nei sui riguardi, sia per verificarne nuovi possibili ambiti per il suo utilizzo terapeutico, sia per individuare possibili effetti collaterali legati al suo abuso. Su questo secondo fronte fino ad oggi non molto era stato provato, a parte una possibile correlazione con lo sviluppo di stati ansiogeni su alcuni soggetti (ne abbiamo parlato in questo articolo). Ora una ricerca finanziata dal National Institutes of Health, ovvero l’istituto nazionale di sanità degli Stati Uniti, ne ha individuato una ulteriore, ribattezzata “sindrome iperemetica da cannabinoidi”.

I RISULTATI DELLA RICERCA. La ricerca è stata svolta in Colorado analizzando 2574 persone ricoverate negli ospedali dello stato, sia prima che dopo la legalizzazione della cannabis, che avevano manifestato nausea, dolori addominali e vomito ciclico. Attraverso verifiche e interviste ai pazienti i ricercatori hanno stimato che nell’anno dopo la legalizzazione (dal 1 giugno 2010 al 31 maggio 2011) sono stati 87 i casi di sindrome iperemetica da cannabinoidi, contro i 41 dell’anno precedente alla legalizzazione. Un aumento che, secondo i ricercatori, potrebbe essere attribuito a tre possibili cause: un possibile aumento dei consumi cronici di cannabis post-legalizzazione, la semplice maggior predisposizione dei pazienti ad ammettere di essere consumatori di cannabis ora che è legale, oppure la diversa qualità della cannabis legale rispetto a quella che si trovava sul mercato nero.

IN COSA CONSISTE LA SINDROME. La sindrome iperemetica da cannabinoidi (abbreviata con la sigla CHS) è un disagio fisico che si manifesta principalmente attraverso dolori addominali, nausea, vomito ciclico e frequente e colpisce non i consumatori di cannabis in generale ma solo i consumatori più assidui, classificati come “cronici”. I suoi effetti passano in modo abbastanza semplice, nella maggioranza dei casi con frequenti docce o bagni di acqua molto calda, e cessa definitivamente non appena il paziente sospende l’uso di cannabis. Secondo i risultati della ricerca colpisce in prevalenza le donne (nel 71% dei casi), anche se si sottolinea come «nonostante un alto tasso di consumo di marijuana nella nostra comunità, la prevalenza assoluta del vomito ciclico è rimasta bassa, sottolineando che la CHS è una condizione relativamente rara».

L’INSORGENZA È DA ATTRIBUIRE AL CBD? Molto interessante la parte della ricerca che analizza le possibili cause d’insorgenza della CHS. Secondo gli studiosi, infatti, la sindrome sarebbe causata non dal principio attivo responsabile degli effetti psicoattivi della cannabis, ovvero il THC, ma più probabilmente dal principio attivo non psicoattivo e responsabile di molte delle sue qualità medicinali, ovvero il cannabidiolo (CBD). Quello che si ipotizza è che, mentre a dosi controllate il CBD abbia riconosciute qualità nella risoluzione di stati di nausea, a consumi eccessivi in alcuni pazienti esso possa avere l’effetto contrario, andando a provocare la CHS. Un apparente paradosso, ma che si verifica anche nei principi attivi di molti altri medicinali di più comune utilizzo.

LA NECESSITÀ DI PROSEGUIRE LA RICERCA. La ricerca che, va detto, a differenza di altri studi che in passato hanno evidenziato possibili effetti negativi della cannabis, appare approfondita e non caratterizzata da preconcetti politici contro la cannabis, si conclude con queste raccomandazioni: «Questo studio non dimostra la causalità o la quantificazione definitiva del nesso tra assunzione e sindrome, rappresenta invece uno studio preliminare e dovrebbe servire come base per futuri studi prospettici sull’associazione tra uso di marijuana e vomito ciclico, sull’eventuale definizione di criteri diagnostici formali per la CHS e per lo studio dei possibili interventi per il trattamento sintomatico». Per fortuna la legalizzazione ora permette anche di fare ricerca scientifica seria sulla cannabis, ben venga se alcuni di questi studi serviranno anche per favorire un consumo consapevole ed evitare l’insorgenza di possibili, per quanto rari, disturbi correlati.

Il testo completo della ricerca è disponibile a questo link: nihms-698504.pdf

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