Cosa significa “gioco a somma zero”, e perché penso ci stia uccidendo? Cerco di spiegarlo nel modo più semplice possibile: due persone, due mele. Nel gioco a somma zero, entrambe le persone cercano di accaparrarsi entrambe le mele. Uno dei due le ottiene e vince, l’altro resta senza, e perde. Chi vince sempre e comunque è la fame, perché miete sempre e comunque almeno una vittima.

In questo modello di relazione, c’è sempre chi vince e c’è sempre chi perde. Questo è il modello che domina in praticamente ogni nostra attività: nello sport, se qualcuno vince, qualcuno perde. Nel lavoro, all’aumento dello stipendio di qualcuno corrisponde la diminuzione per un altro. Nello spettacolo, nella fama, nel potere, nel successo, in ogni possibile campo utilizziamo questo paradigma per misurare non solo le funzioni ma anche il valore stesso degli individui – il nostro valore. Persino un semplice dialogo, diventa una battaglia su chi “ha ragione”, una gara a chi “blasta” l’interlocutore, lo umilia, lo sconfigge. Misuriamo il nostro valore e quello altrui con questo modello: vincere equivale a vivere, perdere equivale a morire.

Esistono modelli di relazione diversi dal gioco a somma zero. Due persone, due mele: si dividono le mele, una a testa. Vincono tutti. Perde sempre e solo la fame. Le due persone sono entrambe felici, hanno meno frustrazioni, meno rabbia, meno paura. Vivono entrambe meglio delle due che competono.

Perché allora usiamo quasi in ogni occasione di interazione il modello a somma zero? Perché è così diffuso e così profondamente intrecciato con la nostra stessa psiche? Perché è il modello che ha accompagnato la nostra specie da quando esiste. È il modello che regola il comportamento di quasi ogni forma di vita in natura. Animali e vegetali tendono a riprodursi fino a rendere scarse le risorse che li sostengono, aria, luce, acqua, cibo. La competizione è il meccanismo di regolazione che sfoltisce il branco, selezionando gli individui e le specie più efficienti nel procurarsi le risorse. È un gioco a somma zero: il coniglio divora tutta l’erba, l’opossum muore di fame. La pianta a foglie larghe si accaparra tutta la luce solare, la pianta a foglie piccole si estingue. (Sì, lo so, esistono alcune specie che hanno adottato nella loro organizzazione sociale modelli diversi dal “somma zero”, in particolare gli insetti, e i risultati sono molto interessanti sia riguardo allo sviluppo sociale e “tecnologico” sia riguardo al rapporto psicologico individuo/gruppo, ma non intendo approfondire qui questo aspetto perché ci porterebbe troppo lontano).

Ma se il modello a somma zero, il modello competitivo, è stato il paradigma dominante per tutta la nostra evoluzione ed è il modello più comune in natura, perché dunque per noi questo modello sarebbe superato? Perché piante e animali non hanno sviluppato autocoscienza né tecnologie complesse. Noi sì, e grazie ad esse siamo in grado da un lato di comprendere questi meccanismi – e dunque dovremmo poter limitare la nostra riproduzione – dall’altro di moltiplicare e distribuire le risorse mantenendole abbondanti.

Anzitutto, togliamoci un problema dalla testa: di mele ce ne sono fin troppe. Non c’è nessun bisogno di competere per averne: ad oggi, globalmente gettiamo via circa il 60% del cibo che viene prodotto, ogni giorno, ogni mese, ogni anno. E gettiamo via coperte, vestiti, prodotti per la bellezza e prodotti per divertirsi perfettamente funzionanti, esattamente come gettiamo via forni a microonde, autovetture, computer, condizionatori, telefoni cellulari in perfetta efficienza. Teniamo vuoti decine di migliaia di appartamenti, case, ville, castelli, chalet. Le risorse non mancano affatto, al contrario: sono abbondanti. Ci appaiono scarse per il semplice motivo che non le distribuiamo. Usiamo il denaro, che manteniamo scarso di proposito, per impedire questa distribuzione, di proposito. Fame, freddo, malattia, ma persino scomodità e mancanza di divertimento, non sono oggi dei problemi inevitabili, sono una precisa e costante decisione. Potremmo abolirle semplicemente distribuendo le risorse equamente. L’unico motivo per cui non lo facciamo è la prigione mentale dentro cui continuiamo a vivere, la prigione del paradigma competitivo. Quella che ci fa pensare che se “vincono anche gli altri”, noi per forza “stiamo perdendo”. Quella che ci fa pensare che se lui mangia una mela, “qualcuno la sta pagando, quella mela”.

È il motivo per cui ci irritiamo quando veniamo sorpassati, in macchina. Nella nostra mente scatta il timore che chi ci sorpassa arrivi “prima di noi”, ci rubi il posto, ci rubi il pranzo, ci rubi la salute, ci rubi l’amore. A livello inconscio temiamo costantemente che qualcun altro “vinca”, facendoci dunque “perdere”. Viviamo ossessionati da questo costante modello di relazione, che ogni aspetto della nostra cultura ci ripete costantemente, in ogni ambito e contesto, dalle dimensioni del cortile a quelle delle tette, dal valore economico di un orologio alla firma di un tizio sulle mutande che indossiamo. E così vivendo, peggioriamo le nostre vite.

La volete una sfida davvero grande? Uscire dal modello competitivo. Educare le nuove generazioni a smettere di identificare il valore individuale in una gara contro gli altri bensì in una gara a collaborare con gli altri. In un dialogo, cercare ciò che possiamo imparare dall’interlocutore invece che cercare soltanto di “aver ragione”. Professionalmente, mirare a trovare le soluzioni migliori ai dilemmi che affrontiamo, come singoli e come gruppi, invece che tentare di affermare “le nostre” soluzioni contro quelle altrui.

Queste sono le sfide che abbiamo davanti: regolare la nostra riproduzione sul pianeta e dunque mantenere le risorse abbondanti, come lo sono oggi, e soprattutto distribuirle in modo equo. Per vincere tutti.





Comments are closed.

Questo sito utilizza cookie propri e di terze parti, questi ultimi per fornire ulteriori funzionalità agli utenti, quali social plugin e anche per inviare pubblicità personalizzata. Cliccando su (Accetto), oppure navigando il sito acconsenti all’uso dei cookie. Per negare il consenso o saperne di più
Leggi informativa privacy

Some contents or functionalities here are not available due to your cookie preferences!

This happens because the functionality/content marked as “%SERVICE_NAME%” uses cookies that you choosed to keep disabled. In order to view this content or use this functionality, please enable cookies: click here to open your cookie preferences.