Marco Perduca

Nel 2021 saranno passati 60 anni dall’adozione della Convenzione Unica sugli stupefacenti che ritiene la cannabis, al pari dell’eroina, una droga pericolosa meritevole dei controlli più rigidi. Solo di recente l’Organizzazione mondiale della sanità, dopo un lungo processo di verifica, ha riconosciuto le proprietà mediche di questa pianta e dei suoi composti, chiedendone una riclassificazione. Salvo nuovi rinvii, i paesi facenti parte dell’ONU si esprimeranno sul tema a dicembre, partecipando a una votazione storica. Un evento cruciale per ristabilire la verità su questa pianta, atteso da milioni di consumatori nel mondo e dagli antiproibizionisti come Marco Perduca che si spendono per la legalizzazione, in Italia e ovunque. Lo abbiamo intervistato.

L’ultimo rapporto sulle droghe parla di 269 milioni di persone che nell’ultimo anno hanno fatto uso di sostanze, un aumento del 30% rispetto al 2009. Si può dire che questi numeri certifichino il fallimento delle politiche proibizioniste?
Per giudicare il fallimento di qualcosa bisogna condividerne l’impostazione o l’ipotetica bontà o possibile efficacia. Essendo antiproibizionista ritengo che la proibizione, che forse all’inizio poteva esser ritenuta come una sorta di “principio di precauzione” necessario per arginare un fenomeno potenzialmente rischioso e in grande espansione, abbia funto da giustificazione politica e morale per molte altre leggi e politiche. In onore della cosiddetta “guerra alla droga” sono stati creati meccanismi di controllo di scelte individuali, concentrandosi spesso sui comportamenti di persone col colore della pelle diverso dal nostro, che con la scusa di proteggere la salute, specie quella dei giovani, hanno progressivamente militarizzato la polizia, destinato ingenti risorse all’industria pubblica e privata della sicurezza (compresa quelle cyber) e creato una vera e propria moneta parallela che acquistava valore coll’accrescersi delle proibizioni. Specie negli USA intere generazioni di afro-americani, e più tardi di latinos, son stati esclusi dalla vita civile ed economica del Paese. Possiamo parlare di un fallimento? Probabilmente no.

Con Marco Cappato e Walter De Benedetto

La cannabis resta la droga illegale più coltivata e usata al mondo. In Italia le iniziative per la legalizzazione, partono bene ma poi sembrano perdersi velocemente. Cosa manca secondo lei affinché attecchiscano?
Intanto dobbiamo far di tutto per chiamare le cose con il loro nome: la cannabis è una pianta che ha accompagnato gli ultimi 6000 anni di storia dell’umanità sia per i suoi principi attivi utilizzati in riti magici, sacri o terapeutici sia per la versatilità per produrre cordami, fibre, “integratori alimentari” e molto altro. Quindi manca un impegno da parte di tutti, e sicuramente i gruppi che negli ultimi anni si stanno coalizzando per chiederne la regolamentazione legale si stanno coordinando anche per questo, per informare ed educare l’opinione pubblica e le istituzioni sulla pianta. Poi, arrivati al momento del dunque, bisognerebbe trovare un paio di parlamentari che alla Camera e in Senato si assumessero la responsabilità di accompagnare i vari disegni di legge fino alla definitiva legalizzazione. Non è detto che nessuna legge sia meglio di una cattiva legge, ma visto che i numeri almeno sulla carta ci sono e visto anche che ci sono ottime proposte di regolamentazione (la migliore a mio parere resta quella preparata dall’Associazione Luca Coscioni e Radicali Italiani nota come “Legalizziamo!”) e tenuto conto che la questione è sempre più popolare le condizioni per il passo finale ci sarebbero tutte. Magari a fine Legislatura potrebbe arrivare qualche sorpresa. Ma bisogna non abbassare la guardia e insistere, insistere, insistere.

Com’è finito a combattere questa battaglia?
Fin dagli anni dell’università (fine ’80) mi ero avvicinato al Partito Radicale, di lì a poco partì la raccolta firme per una serie di referendum che, tra le altre cose, volevano depenalizzare totalmente l’uso e possesso personale di tutte le sostanze proibite. Mi pareva un’idea pragmatica e piano piano mi appassionai al tema. Il referendum del 1993 fu vinto anche se di misura ponendo l’Italia all’avanguardia nel mondo per riforme delle leggi sulle droghe! Fu galvanizzante, ma non bastava, occorreva leggere, studiare sia il panorama italiano e la “guerra alla droga” lanciata 20 anni prima negli USA. Gli anni Novanta mi hanno portato prima a studiare e poi a vivere negli Stati Uniti dove, dal ’96 per 10 anni ho rappresentato il Partito Radicale alle Nazioni Unite dove nel ’97 si stava organizzando la prima sessione speciale che l’Assemblea generale dell’ONU avrebbe dedicato interamente alle droghe (ho raccontato quegli anni nel capitolo “Marcotraffico” nel mio libro “Farnesina Radicale”). L’antiproibizionismo, e quello radicale in modo particolare, mi pare una lotta della ragione contro l’ideologia, dei dati di fatto contro i dogmi, il massimo dell’affermazione della libertà individuale a fronte di imposizioni arbitrarie. Si tratta di temi sui quali tutti a un certo punto della nostra vita riflettiamo. La differenza sta nel trasformare questi pensieri in azioni, negli ultimi 30 anni ho cercato di darmi da fare tanto in Italia quanto in giro per il mondo per far vivere quelle idee. L’antiproibizionismo radicale ha seminato dappertutto, prima o poi, insistendo, insistendo, insistendo raccoglieremo i frutti.

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Il buon senso che sta dietro alla legalizzazione si può allargare anche agli psichedelici. Negli Stati Uniti è possibile vedere i primi passi in questa direzione. Lei cosa ne pensa?
Assolutamente. Anche qui occorre però impegnarsi nell’informazione perché il tema può esser scivoloso. Noi diciamo psichedelici ma ancora vengono chiamati allucinogeni creando preoccupazione per la perdita di controllo su stessi che questo termine evoca. Lasciando per ora da parte la storia degli psichedelici, che comunque andrebbe conosciuta per i personaggi che l’hanno scritta, negli USA si stanno ripercorrendo i passi che 25 anni fa hanno portato alla cannabis terapeutica insistendo sulle proprietà terapeutiche di sostanze che provocano stati non ordinari di coscienza e che aiutano ad affrontare – con successo! – gravi traumi, ma anche la vita quotidiana con microdosi. Anche qui dobbiamo ringraziare MAPS, un’associazione di persone che nella vita faceva altro, che dagli anni ’80 ha dedicato tempo e risorse a cambiare leggi e politiche per recuperare quello che la natura e la chimica hanno prodotto per aiutare l’esperienza umana quando incontra difficoltà. Tra un anno la Food and Drugs Administration degli USA registrerà l’MDMA come farmaco per la psicoterapia nei casi di stress post-traumatico, e tutto grazie a 30 anni di lotte civili! In autunno l’Associazione Luca Coscioni pubblicherà una raccolta di saggi dal titolo “È la dose che fa il veleno, cosa manca all’Italia per un rinascimento psichedelico” per importare anche da noi quelle esperienze nel tentativo di abbattere il muro dell’ignoranza e promuovere scelte consapevoli. E curative.

Dal 2018 è coordinatore di Science for Democracy, una piattaforma che opera per promuovere il “diritto alla scienza”. Qual è il legame tra questa e l’antiproibizionismo?
Spesso le decisioni dei governi, senza basarsi su alcuna evidenza, creano enormi problemi alla scienza e quindi alla qualità della vita e alla salute di tutti. Deve divenire sempre più chiaro che bloccare la ricerca, anche quella che in termini etici pone molti problemi (si pensi al genoma umano o vegetale, o all’intelligenza artificiale) non potrà che andar contro uno sviluppo sostenibile.

Ci farebbe qualche esempio?
Una ricerca di qualche anno fa negli USA ha dimostrato che da quando si studia la cannabis oltre l’80% delle risorse investite in quel campo erano state donate per dimostrarne la pericolosità. È chiaro che gli studi, un po’ perché indirizzati un po’ perché non potevano deludere i finanziatori, erano composti per dar ragione alla tesi iniziale. Fino a una decina d’anni fa, l’unico studio accurato sulla cocaina era del 1972! Si trattava di una ricerca di Harvard, ma un solo documento, e per giunto datato, non aiutava ad approfondire la materia. Allo stesso tempo, avendo posto le piante e i loro derivati narcotici, psicotropi o psicoattivi sotto stretto controllo internazionale (ivi compresi i precursori chimici che occorrono per produrre medicine, ma anche le “droghe” di strada) sono stati creati enormi ostacoli burocratici a chi voleva far ricerca. Occorrevano decine di moduli nazionali, autorizzazioni internazionali, laboratori con casseforti, sistemi di sorveglianza che proteggessero l’oggetto degli studi da malintenzionati… insomma problemi su problemi che non incoraggiavano il progresso della conoscenza. Nel 2016, dopo anni di richieste e pressioni (anche politiche) l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha raccolto studi e pareri per trovare gli argomenti più convincenti per spostare la cannabis dalla tabella delle Convenzioni internazionali che la rende proibita come la cocaina e l’eroina per facilitarne l’approvvigionamento per motivi medico-scientifici. Vedremo se a dicembre di quest’anno gli stati concorderanno. Da aprile 2020 esiste un “Commento Generale sulla Scienza” pubblicato dall’ONU in cui, tra le molte altre cose, si chiarisce che non consentire la ricerca sulla cannabis costituisce una violazione dell’articolo 15 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali. Allo stesso tempo si chiariscono altre due cose importanti: occorrono studi che dimostrino la pericolosità di qualcosa che statisticamente pare non esserlo e che, nel caso emergessero evidenze scientifiche che non confermassero tale pericolosità o i rischi ipotizzati all’imposizione delle limitazioni le leggi vanno aggiornate. Se, come dice il Rapporto Mondiale sulle Droghe dell’ONU, la percentuale di chi ha un rapporto problematico colle sostanze proibite è contenuta rispetto ai timori proibizionisti e al numero totale di chi le usa normalmente, nulla osta, dal punto di vista del diritto internazionale (spesso utilizzato come giustificazione all’inazione legislativa) a prevedere un rilassamento dei divieti fino alla legalizzazione.





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