immigrati pomodori Luglio, si raccolgono i pomodori. Nella Piana del Volturno in provincia di Caserta o in Capitanata nel Foggiano, la situazione è triste e uguale; la schiavitù che la caratterizza anche. Perché se da un lato c’è una fascia di popolazione, la più razzista ed ignorante, che dà addosso all’immigrato usurpatore, dall’altra c’è chi si avvantaggia di questa nuova forma di costrizione. Manodopera a costo zero per chi recluta ma che costa sangue sudore e lacrime a uomini senza futuro.

Il meccanismo è lo stesso che caratterizzava le grandi farm del sud degli States, anche se non si vedono catene e fruste. Ibrahim viene dal Ghana, nella sua terra non ha neanche da mangiare ed ha affrontato un viaggio snervante pagato con i soldi raccolti in una vita intera nella speranza di trovare un paese che lo accogliesse. Dopo mille peripezie è riuscito ad arrivare a Lampedusa, ma la sua meta finale è la ricca Germania. La sua intenzione è di lavorare come bracciante, raccogliere un po’ di soldi e raggiungere il paese di Bengodi dove però non arriverà mai. Viene reclutato da un “caporale” insieme a centinaia come lui, la paga venti euro al giorno, il vitto pane e pomodoro, il giaciglio un materasso puzzolente nello stesso capannone dove si stocca il raccolto.

Per prima cosa gli vengono sequestrati i documenti, poi gli viene detto che la commissione dell’ingaggio è il 20%, ogni pasto costa 5 euro, il posto letto altrettanto: morale lavorerà per guadagnare un euro al giorno, senza possibilità di fuga non avendo più il passaporto. E’ disperato, lavora sotto un sole cocente, ha crampi fortissimi per la perdita di sali minerali e a volte le dita gli si ingrippano, i polpacci si fanno duri i piedi non lo reggono, ma non può scendere sotto le venti cassette al giorno, pena l’espulsione senza documenti; il rischio la galera. Non piange Ibrahim, le lacrime gli costerebbero la perdita di ulteriori minerali. Sarà liberato a fine settembre più povero e più stanco di quando è sbarcato.

Non meno tragica è la condizione di Ramesh Khan che viene dal Punjab, India. Lui ha studiato, è un ingegnere venuto in Italia con la speranza di contribuire alla dote necessaria per permettere un buon matrimonio alle sue tre sorelle senza la quale rimarrebbero zitelle. Sotto il turbante che nasconde i lunghi capelli che i Sick non tagliano mai, due occhi neri e fieri e un corpo dalle movenze eleganti. Mai avrebbe immaginato di scendere al livello di un paria, la casta degli intoccabili, dopo quello che ha faticato per permettersi gli studi. Raccoglie gli zucchini, in ginocchio e con vergogna mi dice che è diventato oppiomane.

L’oppio che viene forse proprio dalla sua terra e che nella sua terra non ha mai toccato, qui gli è diventato necessario per calmare i dolori alle ginocchia. Cinque euro al giorno per poter continuare a lavorare. Tutto il suo guadagno in mano a chi lo sfrutta. Gli chiedo sconcertata se non hanno provato ad avvertire l’Ispettorato del Lavoro mi dice si, sono venuti, sono quelli che ci vendono la droga.





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