marijuana us flagSe il 2012 è stato l’anno in cui la svolta è cominciata, il 2016 può essere quello in cui diventerà irreversibile. Quattro anni fa i vittoriosi referendum del Colorado e dello stato di Washington sancirono la libertà di utilizzare cannabis per 12 milioni di americani.  Se il prossimo 8 novembre la cannabis legale vincerà in tutti e cinque gli stati al voto poco meno di un quarto dei cittadini americani vivrà in stati che hanno regolamentato la cannabis.

GLI STATI AL VOTO. Come detto si voterà in cinque stati americani. Il prossimo martedì 8 novembre, nello stesso giorno in cui saranno chiamati anche a scegliere il prossimo presidente degli Stati Uniti, i cittadini di Arizona, California, Maine, Massachusetts e Nevada andranno alle urne anche per votare Si o No alla legalizzazione della cannabis all’interno dei propri stati. In totale 76 milioni di americani potrebbero coltivare, acquistare ed utilizzare cannabis in una cornice legale e regolamentata. A prescindere da chi sarà il prossimo presidente, Clinton  o Trump dovranno fare i conti con una rivoluzione economica e sociale in atto, che potrebbe costringerli a mettere mano all’ormai anacronistica legge federale sulle droghe che considera la marijuana una sostanza pesante al pari dell’eroina.

COSA PREVEDONO LE PROPOSTE DI LEGGE. Le proposte di legge per la legalizzazione dei 5 stati interessati si assomigliano molto tra loro. Tutte prevedono una serie di permessi e divieti analoghi. Il consumo di cannabis diventerebbe legale per i maggiori di 21 anni, e il consumo sarebbe ammesso solo in luoghi privati. Tutte le proposte permetto l’autocoltivazione di massimo 6 piante e prevedono l’apertura di centri di produzione e vendita al pubblico privati dietro all’ottenimento di licenze. Tutte le proposte lasciano ampi margini discrezionali ai Comuni, i quali potranno limitare i dispensari di vendita al pubblico (ad esempio entro alcune centinaia di metri da scuole o ospedali, o stabilendone un numero massimo). In California e Maine i singoli Comuni potranno anche vietare del tutto l’apertura di dispensari sul territorio cittadino, e lo stesso potrà essere fatto in Massachusetts ma solo a seguito di referendum cittadini.

COSA PREVEDONO I SONDAGGI. Secondo la totalità degli istituti demoscopici americani il “Si” alla legalizzazione è in vantaggio in tutti gli Stati. Quello maggiormente in bilico è il risultato dell’Arizona, dove nella media dei sondaggi favorevoli e contrari alla cannabis legale sono praticamente appaiati (45,74% contro 45,56%). In California i Sì sarebbero in vantaggio di oltre 20 punti percentuali (59% contro 35%), In Maine 53% di favorevoli e 40% di contrari, in Massachusetts 50% di favorevoli e 42% di contrari, in Nevada 51% contro 41%. Se questi risultati venissero confermati, anche negli ampi margini previsti, si tratterebbe quasi di un plebiscito a favore della regolamentazione della cannabis legale.

COME SEMPRE, FOLLOW THE MONEY.  Un interessante indicatore degli interessi che ruotano sia a favore che contro la legalizzazione è dato dal flusso di denaro che sostiene le campagne referendarie. In totale la campagna elettorale per il Sì ha raccolto 38,7 milioni di dollari e – come messo in luce da Luca Marola in un interessante approfondimento –  i due terzi dei “grandi donatori” (quelli che offrono almeno 5.000 dollari) hanno interessi finanziari diretti nel business della cannabis: dispensari, produttori, imprenditori che vogliono entrare nel business. Un fatto che segna la differenza con le campagne del 2012, quando il Sì era stato finanziato in massima parte da associazioni antiproibizioniste come la Drug Policy Alliance, la NORML ed il Marijuana Policy Project. La stessa dinamica si dipana anche sul fronte contrario: gli 11,9 milioni di dollari raccolti per la campagna contraria alla cannabis legale provengono i massima parte da portatori di interesse delle società farmaceutiche, dei trasporti su gomma, dei produttori di birra e del gioco d’azzardo.





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