Priyesh Trivedi ha 27 anni, è un promettente illustratore indiano originario di Bombay divenuto celebre grazie alla sua opera di propaganda inversa intitolata “Adarsh ​​Balak / Good Habits”. Così su due piedi il titolo non vi dirà molto, ma sono sicuro che riconoscerete alcuni dei lavori, specie se avete l’abitudine di perdervi nel world wide web in cerca di novità. In poco tempo infatti, queste illustrazioni hanno fatto il giro del mondo grazie soprattutto alle migliaia di condivisioni su web e social. Il tratto vintage indiano misto all’umorismo pungente occidentalizzato hanno permesso all’artista di affrontare molte argomentazioni spaziando dalla rivendicazione della libertà individuale alla critica al sistema scolastico, passando per la decriminalizzazione della cannabis fino alla lotta all’indottrinamento dei giovani da parte dei governi.

Le tue illustrazioni sono argute e ben rappresentate nella loro semplicità, a quando risale la tua passione per il disegno?
Penso di aver disegnato e dipinto sin da subito. Da bambino disegnavo e giocavo a retro games 8-bit ttutto il giorno. Quando ho preso coscienza di essere bravo, sono riuscito a incanalare più tempo e attenzione nella mia passione. A un certo momento mi sono reso conto che i miei insegnanti d’arte a scuola non mi spingevano a dare di più, quindi ho deciso di continuare a sperimentare per conto mio con tecniche differenti, imparando dai fallimenti e migliorando. Successivamente, durante il liceo, l’arte è passata in secondo piano dal momento che dovevo impegnarmi al massimo per avere risultati a 360 gradi. Ho provato a entrare in alcune scuole d’arte nei dintorni di Bombay, ma a causa di alcuni documenti mancanti non ci sono riuscito. Più tardi, al college, ho iniziato a studiare animazione e ho lavorato in alcuni studi e case di produzione di videogiochi, finché ho preso a dedicarmi a “Adarsh ​​Balak”. Quindi, in una forma o nell’altra, la mia arte è sempre stata in giro e canalizzata in modi diversi.

La tua serie “Adarsh ​​Balak” sta riscuotendo grande successo in tutto il mondo, mi racconteresti come ti è venuta in mente?
“Adarsh ​​Balak” è hindi e significa “Il ragazzo ideale”. È un po’ difficile da capire per qualcuno che non viene dall’India, quindi ti spiego: tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, nelle scuole c’erano dei poster educativi illustrati, uno di questi si chiamava proprio “Adarsh ​​Balak / Good Habits” e metteva in scena ragazzini che compivano “buone azioni” in un modo socialmente accettato. Da bambino non me rendevo conto, ma da adulto, con una visione del mondo informata, guardando indietro a quei poster, ho realizzato che erano altamente problematici per l’indottrinamento politico subliminale di cui erano impregnati. Sono da sempre attratto dallo stile vintage indiano, perciò ho pensato che avrei potuto unirlo al mio umorismo scuro e creare qualcosa che fosse l’antitesi dei poster originali, una specie di propaganda inversa! L’idea era di prendere la parola “Adarsh” ​​(ideale) e rovesciarla, mostrando che il protagonista e i suoi amici fanno cose in cui credono, invece di soccombere alle norme e alle aspettative della società.

Il personaggio principale è per caso ispirato a te?
Ero un bambino molto tranquillo, un attento osservatore e forse in questo senso si può dire che sia ispirato a me: non nelle azioni, ma nei pensieri. Nei commenti ai miei post spesso leggo di persone che avrebbero desiderato fare le stesse cose quando erano piccoli. Ognuno trova qualche somiglianza nel personaggio, è lo specchio del bambino interiore e insofferente che risiede in tutti noi.

Come ha reagito il pubblico indiano alla prima presentazione delle storie?
Penso che le prime persone a sapere della serie siano stati i miei amici e i loro amici su Facebook. Tutti hanno subito amato la serie: dopo che la pagina è diventata virale, è stato soprattutto il gruppo dei millenials a seguire il progetto condividendo i lavori, anche se penso che al pubblico indiano più ampio sia ancora sconosciuta. Se conoscessero le illustrazioni, forse non potrebbero comprendere perché non hanno familiarità con i riferimenti culturali che mostro. Mi sono imbattuto in commenti e e-mail di rabbia e preoccupazione per me perché mostravo giovani che si concedevano a violenza, uso di cannabis o situazioni fraintendibili, così li ho semplicemente ignorati.

Nelle tue illustrazioni compaiono spesso cannabis e joint, come viene considerata questa pianta in India e come viene visto chi fuma?
L’India ha una storia millenaria legata all’uso di cannabis. È considerata una pianta sacra ed è associata agli dei, ai rituali, ai festival ed è persino tollerata ad uso ricreativo. Negli anni ’80 sotto la pressione degli Stati Uniti,  il governo indiano ha approvato l’atto NDPS, criminalizzando la cannabis e inserendola tra le sostanze vietate. C’erano campagne dei mass media che demonizzavano l’erba e le persone che la usavano e si creò un mercato nero con ripercussioni che avvertiamo ancora oggi. Alcuni politici stanno cercando di renderla di nuovo legale, almeno per uso medico se non ricreativo, ma hanno pochissimo sostegno. Personalmente ho sempre creduto nei benefici della cannabis e cerco di mostrarli anche nei miei lavori. Ora c’è un lento cambiamento nella percezione di questa pianta anche grazie ai film e alla musica che ne danno una visione diversa dalla propaganda governativa. Anche il mio lavoro ha la sua importanza in questo.

Come funziona invece per le altre sostanze psicoattive?
Penso che nelle scuole dovrebbe esistere l’educazione alle sostanze allo stesso modo in cui esiste l’educazione sessuale. I ragazzi fanno esperienze diverse, fa parte della natura umana. Per questo è responsabilità degli adulti dire loro che ci sono sostanze che ti aiutano se hai le giuste intenzioni e ci sono sostanze che potrebbero rovinare la tua vita se non sei abbastanza cosciente. Qui, le persone non conoscono nemmeno la differenza tra antidepressivi, stimolanti e sostanze psichedeliche finendo per mettere tutto sotto il termine generico di “droghe” che è altamente fuorviante e ignorante.

Il web è una vetrina molto potente e ti ha permesso di raggiungere persone di ogni paese, qual è il tuo rapporto con la tecnologia?
Internet e i social sono allo stesso tempo la cosa migliore e peggiore che possa accadere ad un artista, per quanto strano possa sembrare. Da una parte ti permettono di raggiungere migliaia di persone, dall’altra rendono il tuo lavoro esposto al plagio. Quest’ultimo è un piccolo prezzo da pagare, considerando tutto il bene che ne deriva. Quando guardo le opinioni sulla mia pagina Facebook, sono stupito dalla misura in cui il mio lavoro raggiunge continenti e paesi in cui non immaginavo che le persone potessero trovare interesse. È tutto molto figo.

Qual è il messaggio che diffondi attraverso le illustrazioni? Pensi che il sistema educativo del tuo paese e i valori trasmessi siano validi, o ti piacerebbe un’educazione diversa?
Il mio messaggio nella forma più semplice è l’individualismo e la creazione del proprio sistema di valori. È non prendere per buono tutto quello che ci viene proposto o obbedire senza mettere in discussione le premesse su cui si basa il fondamento sociale. Il personaggio e i suoi amici sono il simbolo di questa stessa idea. Il mio messaggio va contro tutto ciò che le strutture di potere cercano di mantenere, quindi è qualcosa che ovviamente non verrà mai insegnato nelle scuole o nelle case. Penso che tutti, a un certo punto della loro vita, si rendono conto che il mondo è assurdo e che sono manovrati come burattini. In risposta, alcuni si allontanano dagli schemi, altri restano confusi. Non sto cercando di cambiare nessuno con i miei lavori, vorrei solo esprimere me stesso e vedere chi la pensa in modo simile.

Ti piace la street art?
Amo la street art, ho realizzato alcuni murales in spazi pubblici prima di dedicarmi ad “Adarsh ​​Balak”, poi però disegnare su carta mi è sembrato un modo migliore per continuare a produrre a un ritmo costante. Una cosa che ho sempre ammirato è la portata della street art e il grado in cui interagisce con le persone. In India, la street art si è sviluppata abbastanza velocemente negli ultimi anni. Nel mio viaggio in Europa, ho avuto l’opportunità di incontrare artisti di strada talentuosi provenienti dalla Francia e dal Giappone arricchendo la mia cultura. A Bombay c’è una forte cultura underground e mi sento sempre bene quando in giro vedo qualcosa di nuovo.

Quali progetti hai per il futuro?
È passato circa un anno da quando ho messo in pausa “Adarsh ​​Balak” per concentrarmi su altri progetti. Eseguo illustrazioni e lavori su commissione in stili molto diversi tra loro, si possono vedere sul mio profilo Instagram. Allo stesso tempo mi dedico ai nuovi media e sperimento la tecnologia. Ci sono così tante cose che vorrei fare, ad esempio vorrei sviluppare videogiochi, graphic novels e così via. Semplicemente non c’è abbastanza tempo.

Se il genio della lampada ti concedesse di esaudire tre desideri, cosa chiederesti?
Uno: una valanga di articoli da disegno e cancelleria. Due: una stanza con tutte le console di gioco mai pubblicate con tutti i giochi mai sviluppati. Tre: portare il numero di ore in un giorno a più di 24, così da poter realizzare tutti i progetti e le idee che ho in sospeso!

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