Pur essendo gratuiti, i social chiedono un prezzo da pagare che molte persone non sono, o non sono più, in grado di permettersi. Per dare in cambio la loro dose di “mi piace” e di riconoscimenti pubblici i social pretendono un tributo quotidiano di esperienze da condividere con il resto del mondo che richiedono tempo e disponibilità economiche. Chi non ne ha, o ne ha in misura minore degli altri, vive sui social così come vive al di fuori: ignorato, ai margini di una società dove tutti hanno diritto di parola ma solo pochi hanno anche il potere di farsi ascoltare.

In che modo si potrebbe spiegare il grande successo dei social negli anni della crisi finanziaria, se non per il fatto che ci risparmiano la fatica e la sofferenza di vedere le difficoltà in cui si dibattono ogni giorno le persone che conosciamo da una vita, e che sono da un giorno all’altro scivolate in una condizione di disagio ormai irreversibile? Se questi ultimi non pubblicano nulla sulla loro bacheca, non ci taggano negli eventi a cui non partecipano, non aggiungono foto che non hanno scattato, potremmo rimanere “amici” per sempre, senza scorgere mai il fondo del precipizio in cui sono finiti.

Nelle società occidentali dove il numero di poveri si è moltiplicato negli anni di crisi, con evidenti ripercussioni sullo scenario urbano e sui rapporti tra famiglie, amici e gruppi sociali, i social ci hanno fornito fin da subito una visione edulcorata della miseria. La povertà è diventata, oggi, un segreto individuale che non è consigliabile rivelare apertamente. O, tutt’al più, un evento fortuito nel nostro flusso di notizie: la foto di una situazione di disagio evidente, la richiesta di soccorso lanciata da un “amico” della persona in difficoltà, o la richiesta di “amicizia” di una persona che si nasconde dietro un’immagine di profilo priva di foto. I poveri, nel nostro flusso di notizie, non saranno mai tanti quanto quelli in cui potremmo imbatterci viaggiando da un estremo all’altro delle nostre città. Anche qualora volessimo cercarli, prestare loro aiuto, immedesimarci nella loro condizione, non sono i social quelli che ci metteranno sulla giusta strada.

Nel momento in cui il “mi piace” diventa il primo gesto di riconoscimento tra due esseri umani, è evidente come ci siano aspetti della vita quotidiana dei più poveri che non saranno mai condivisi con il resto della società. Chi può aspettarsi un “mi piace” per l’esito di una continua scelta al ribasso (nei prezzi, nella qualità)? Per chi divide la propria vita tra casa e lavoro, impossibilitato a concedersi qualcosa di più di un all you can eat al sabato sera con tre bambini al seguito, è difficile condividere su Facebook o Instagram qualcosa che non sia uno specchio della propria condizione di austerità. La povertà non è qualcosa che vorremmo condividere con tutti: nessuno ci tiene a mostrare una quotidianità che si nutre di piccoli sotterfugi per sopravvivere di fronte a datori di lavoro, amici di un tempo, parenti, vicini di casa. Case che avrebbero bisogno di una urgente sistemazione, cene al risparmio o addirittura saltate, strade deserte di periferia prive di luci e contrasti romantici: niente di tutto questo appare sui social, che se da un lato consentono di realizzare raccolte fondi tra utenti per aiutare i senzatetto del proprio quartiere, o i bambini denutriti in un altro continente, dall’altro ci abituano all’idea di vivere in un mondo dove nessuno è troppo povero da non potersi permettere quello che per gli altri è considerata la normalità.

Non c’è ragione di dubitare che i poveri usino i social con lo stesso obiettivo di chi fa parte della classe media o del ceto più abbiente: per fare colpo su chi si trova a un gradino superiore, e dare un’immagine di sé leggermente migliore rispetto a quella reale. In primo luogo per compiacere se stessi, prima ancora che i propri simili. Chi non dispone di sufficienti risorse economiche, di uno smartphone performante, di una connessione Internet veloce, né tantomeno della possibilità di staccare più volte nel corso della giornata dal lavoro per pubblicare qualcosa su Facebook o rispondere ai commenti, non ha alcuna possibilità di reggere il ritmo crescente richiesto dall’algoritmo. I poveri vengono gradualmente spinti ai margini dei social, e in fondo al flusso di notizie della maggior parte dei loro “amici”, da un sistema che non ha alcun interesse a tutelare chi dedica le proprie energie migliori al solo scopo di sopravvivere, anziché dare il proprio contributo alla crescita della grande comunità virtuale.

Estratto da “Solitudini connesse” di Jacopo Franchi. Per gentile concessione di © Agenzia X 2019





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