Spesso parlare di birra significa parlare di storia. Le Saison o le Gueuze belghe, le Porter londinesi o le Marzen tedesche portano con loro storie, spesso mal tramandate, che si perdono nei tempi, e che solo in pochi casi ritroviamo su carta.

È il caso delle Mild inglesi, stile che negli ultimi anni è stato recuperato, anche grazie alla spinta di un organismo come il Camra (Campaign for Real Ales) che salva dall’oblio alcuni stili in disuso. La storia delle Mild attraversa almeno due secoli di grande cambiamento e porta con sé una piccola rivoluzione. La parola stessa Mild, che si può tradurre come “dolce”, veniva usata per indicare birre meno “acide”, dato che ai tempi erano comuni le Stock Ales, ossia birre immagazzinate per lunghi periodi in botti di legno, e che assumevano note acide grazie alla fermentazione spontanea. Ecco, le Mild dovevano essere l’alternativa, una birra semplice, fresca, non invecchiata, dall’alcolicità contenuta, con ancora una certa dolcezza residua (il lievito non “finisce di mangiare”, come si dice in gergo). I malti utilizzati possono essere vari, con un colore che va dal rubino chiaro alla tonaca di monaco, fino al caffè. Il sapore è tostato, caramelloso, leggermente astringente, con una certa secchezza finale.

Michele Privitera
Titolare de “Il Pretesto Beershop” di Bologna





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