Quando i primi coloni arrivarono in Nord America, pensarono che quella davanti a loro, la terra che stavano guardando, fosse solo “natura incontaminata”. Nel fare questa osservazione superficiale, non hanno notato una delle forme più sofisticate, capillari e sostenibili di gestione del territorio praticate fino ad oggi. Molti di quei paesaggi infatti non erano selvaggi come apparivano, ma erano attentamente progettati e realizzati utilizzando una vasta gamma di tecniche indigene di gestione del territorio. Solo oggi gli esperti di agricoltura sostenibile stanno cercando di far rivivere la conoscenza che è andata in gran parte persa, scoprendo che le tecniche di permacultura di oggi, ovvero la progettazione integrata del territorio per farne un ambiente ecologicamente bilanciato e autosufficiente, erano già patrimonio dei nativi americani.

Dalla conservazione e trasporto di semi selvaggi, tecniche molto simili alle attuali bombe di semi, passando per la raccolta di rigenerazione (oggi ceduazione, la recisione dei fusti nei boschi cedui), fino all’addomesticamento selettivo di alcune specie botaniche (attuali lavori di recupero di semi antichi, banche del seme ecc.) erano già tutti strumenti in uso ai nativi americani che praticavano sia la raccolta che un tipo di agricoltura sostenibile che oggi chiamiamo Food Forest. Questa loro integrazione perfetta e bilanciata con l’ambiente in cui vivevano, che non richiedeva il disboscamento per farne campi per monocolture, è andata in gran parte persa con l’arrivo dei coloni e i metodi dell’agricoltura intensiva europea.

Non ci servono lunghi studi di antropologia per capire che oggi, come società occidentale, abbiamo concentrato gran parte della nostra energia nell’imparare e nell’insegnare ai nostri figli come temere l’altro, come allontanare il diverso e come sfruttare la natura invece di conviverci. La crisi economica, sociale ed ecologica che stiamo affrontando è semplicemente il prodotto di questa mancanza di collaborazione tra noi umani così come tra umani e natura. Dobbiamo trovare nuovi modi di vivere in pace con l’altro e collaborare con il mondo naturale e per questo è utile guardare come i nativi americani hanno vissuto. Non che fossero privi di scontri o guerre tra gruppi diversi o per il controllo del territorio, ma osservate: non hanno mai distrutto un territorio per affamare la tribù rivale, non hanno mai sconvolto la produttività del suolo o anche solo dato fuoco a una foresta in un conflitto, riconoscendone la funzione, la sacralità, sentendosi tutori del territorio. Noi invece stiamo devastando interi Paesi, cancellando interi sistemi ecologici e producendo bombe che possono desertificare per un secolo delle aree molto vaste. Per ricreare comunità sostenibili, dobbiamo guardare alle comunità sostenibili che ci sono state prima di noi, così come alle motivazioni. Possiamo imparare molto dai loro processi decisionali e non è un caso che alcune delle comuni italiane più longeve (oggi ecovillaggi) abbiano adottato da tempo il sistema decisionale dei nativi americani, per esempio la riunione in circolo, la decisione allargata a tutti i membri del gruppo piuttosto che adottare la piramide gerarchica dei sistemi politici occidentali.

Molte storie e mitologie dei nativi americani sono basate su un concetto che noi abbiamo perso come società: il mondo consegnato ai figli. Ciò che accomunava tutte le tribù native, era la visione comune di essere solo i custodi del territorio e di dover consegnare quel posto ai propri figli e alle generazioni future in condizioni uguali o migliori di quelle in cui lo si era trovato. Sembra una banalità ma è una logica importantissima da riacquisire, perché oggi siamo accecati dal successo del singolo, dal guadagno personale che deve travalicare il bene comune. Non esiste un’educazione alla collaborazione e alla preservazione del territorio, siamo semmai bombardati dai media che sostengono solo l’ottica di lotta, accrescimento e arricchimento personale. Quest’ottica si applica a tutto, per esempio l’utilizzo massivo di pesticidi per avere un buon raccolto, fare meno fatica, produrre di più e arricchirsi. Nell’ottica dei nativi americani, il pesticida diventa solo un sistema distruttivo per l’ambiente, quindi distruttivo per tutti, quindi pericoloso e da non utilizzare. Ecco come la visione diversa di società e armonia con la natura cambia tutto ed evita che si arrivi a ciò che stiamo vivendo: crisi economica, merci che viaggiano per tutto il mondo a costi ambientali alti ma costi personali bassi. Una banana che arriva dal Costa Rica, per l’inquinamento che produce, dovrebbe costare almeno 30 euro. Invece ci costa pochissimo in denaro ma tantissimo in ecosistema che stiamo distruggendo, perché è andato perso il pensiero di legame tra quello che facciamo come singoli e l’incidenza che questo ha su tutta la società, l’ambiente e l’intero pianeta. In “Beyond the Hundredth Meridian: John Wesley Powell and the Second Opening of the West”, lo storico Wallace Stegner scrive: «Quello che distrusse i nativi americani non fu la corruzione politica, la necessità di terre o la potenza militare, non furono i germi o il rum dell’uomo bianco. Quel che li distrusse furono i prodotti industriali, il ferro e l’acciaio, le armi, le medicine, i vestiti di lana, le cose che, una volta possedute non se ne può più fare a meno».

Il tipo di permacultura che praticavano i nativi americani era piuttosto evoluto. Erano grandi osservatori dei fenomeni naturali e intervenivano solo quando era strettamente indispensabile per salvaguardare un habitat, per esempio conservando dei semi e utilizzandoli in anni problematici per aiutare la rinascita della foresta, ben sapendo che le piante non crescono in monocolture ma in policolture in cui si consociano e si aiutano l’un l’altra nella crescita. Nell’uomo che accetta la natura e interviene solo saltuariamente, c’è un senso di rispetto sacrale. C’è invece un antropocentrismo esasperato nelle monocolture intensive, negli allevamenti intensivi e nell’industria alimentare che iper-produce merci che in gran parte non vengono nemmeno consumate.

Mentre, però, negli Stati Uniti si riscopre la permacultura dei nativi, gli stessi nativi, rinchiusi in riserve dove a fatica cercano di salvare i territori dalla desertificazione successiva allo sfruttamento coloniale, si ritrovano paradossalmente impediti nel loro progetto e impossibilitati ad applicare la permacultura. Infatti, scherzo del destino e follia umana, gran parte dell’estrazione di combustibili fossili, nonché dei metalli rari come il litio e neodimio che dovrebbero alimentare la nuova rivoluzione energetica ecologica, si svolgono proprio in territori indigeni, luoghi in cui la biodiversità e la fertilità sono costantemente minacciate e schiacciate dai successori dei coloni in nome prima dell’economia petrolifera e ora della green economy.

Se il ritorno alla permacultura nativa riuscirà a prevalere, resta per ora una domanda aperta.

 





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