Correvano gli anni ‘60 del secolo scorso, quando la corsa allo spazio iniziò a entusiasmare in maniera sempre più profonda l’immaginario collettivo. Il tutto in un crescendo di missili, sonde e satelliti lanciati a ripetizione dagli Stati Uniti e dalla Russia, che di fatto si contendevano oltre al globo terracqueo anche l’egemonia dell’esplorazione spaziale, in una sorta di proiezione della Guerra Fredda all’interno del sistema solare. Vennero lanciati in orbita nello spazio per mezzo di razzi, non sempre con successo, prima animali e poi esseri umani, si procedette, anche in questo caso con alterne fortune, all’invio di sonde su quasi tutti i pianeti del nostro sistema solare, ma soprattutto gli interessi di entrambe le superpotenze si concentrarono sulla Luna, trattandosi ovviamente dell’obiettivo più abbordabile. Fino a quando il 20 luglio 1969 Neil Armstrong, comandante della missione americana Apollo 11, riuscì ad atterrare sulla Luna in una diretta TV seguita sulla terra da oltre 500 milioni di persone. Il primo allunaggio dimostrò per certi versi la superiorità americana, così come nel 1961 la missione di Yuri Gagarin (primo uomo ad avere raggiunto lo spazio) aveva dimostrato quella russa, ma soprattutto sancì l’apice della corsa allo spazio e dell’infatuazione dell’opinione pubblica per l’esplorazione spaziale.

Neil Armstrong, 1969

Nei decenni seguenti, per tutta una serie di ragioni, fra le quali il progressivo smorzamento della Guerra Fredda conseguente alla caduta dell’Unione Sovietica e la difficoltà da parte di entrambe le superpotenze nel continuare a sostenere progetti dai costi esorbitanti privi di un adeguato ritorno economico, la corsa allo spazio rallentò sempre più il proprio passo fino a fermarsi, mentre contemporaneamente scemava l’interesse dell’opinione pubblica per le imprese spaziali.

Si dovette attendere la fine del XX secolo perché prendesse vita quello che finora può essere annoverato come l’unico grande progetto spaziale post guerra fredda, incarnato dalla creazione della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), la cui costruzione iniziò nel 1998 per arrivare a ospitare ormai da 20 anni un equipaggio regolare al proprio interno. Un progetto profondamente differente da quelli precedenti, sia nella forma che nello scopo. ISS non è infatti lo strumento di competizione di una superpotenza, ma piuttosto il frutto della collaborazione delle agenzie spaziali di svariati Paesi – Stati Uniti, Russia, Europa, Giappone, Canada -, che attraverso di essa hanno inteso praticare prevalentemente la ricerca scientifica, piuttosto che nutrire improbabili velleità di supremazia spaziale. Il tutto a fronte di un investimento globale nell’ordine del centinaio di miliardi di euro e senza che l’opinione pubblica abbia manifestato grande entusiasmo.

Da qualche anno però, sta facendosi sempre più forte la sensazione che la corsa allo spazio sia sul punto di ricominciare, più massicciamente di quanto non sia accaduto alla metà del secolo scorso, ma su basi e prospettive radicalmente differenti rispetto al passato. Innanzitutto la nuova corsa allo spazio non rappresenterà più la sfida fra due superpotenze, ma annovererà fra i contendenti un po’ tutte le grandi e alcune fra le medie potenze mondiali, aggiungendo al gruppo che ha creato ISS Paesi come la Cina, l’India e perfino gli Emirati Arabi Uniti. Al tempo stesso non mobiliterà più esclusivamente le risorse pubbliche, ma anche i capitali privati, in una sorta di sinergia che ridisegnerà profondamente gli equilibri nella gestione degli interessi e degli obiettivi.

Sostanzialmente la nuova corsa allo spazio si muoverà su due piani distinti fra loro, anche se naturalmente non mancheranno le occasioni d’interazione fra di essi. Il primo riguarderà la fascia orbitale, dove già oggi sono presenti satelliti di ogni genere che spaziano dalla sorveglianza militare alle telecomunicazioni, passando attraverso la meteorologia e altri scopi scientifici.

La pubblicità della Tesla di Elon Musk nello spazio

Nel prossimo futuro è facile immaginare un aumento esponenziale nel lancio di nuovi satelliti, anche da parte di organismi privati, indispensabili per sostenere la rivoluzione tecnologica conseguente all’enorme crescita del flusso di dati da gestire generato dall’internet delle cose e dalle innovazioni di varia natura come i mezzi di locomozione a guida autonoma. Volendo semplificare al massimo risulta ormai chiaro come si siano poste le basi per una sorta di “guerra” a tutto tondo per il controllo delle risorse orbitali, irrinunciabili tanto dal punto di vista militare quanto da quello economico. Una “guerra” alla quale nessuno potrà sottrarsi dal partecipare, ovviamente nell’ambito delle proprie potenzialità, dal momento che la nuova corsa allo spazio risulterà decisiva nel ridefinire i nuovi equilibri strategici e geopolitici, con tutte le conseguenze economiche che ne deriveranno.

Il secondo piano riguarderà invece l’esplorazione spaziale vera e propria, il lancio di sonde sempre più sofisticate che siano in grado di analizzare dettagliatamente tutte le potenzialità dei vari pianeti, per poi intraprendere missioni spaziali con corredo di equipaggio umano sui più promettenti di essi. Le missioni in oggetto avranno come duplice obiettivo sia l’osservazione scientifica, sia l’estrazione di minerali o sostanze introvabili o diventate estremamente rare sulla Terra e partiranno dal presupposto che sulla Luna, così come sugli altri pianeti sia possibile costruire basi permanenti occupate da personale umano.

Per certi versi potrebbe sembrare che si stia parlando di fantascienza, ma la realtà dei fatti ci fa comprendere che non è così. Mentre pochi giorni fa la sonda “Hope” lanciata dagli Emirati arabi Uniti (non certo un Paese avvezzo all’esplorazione spaziale) entrava in orbita intorno a Marte e iniziava a inviare dati e foto, il rover della Nasa “Perseverance” toccava sano e salvo il suolo del Pianeta Rosso. Intanto gli Stati Uniti pianificano il ritorno dell’uomo sulla Luna entro il 2024, mentre la Cina ha in progetto di compiere la stessa impresa entro il 2030 e l’Agenzia spaziale europea “sogna” di raggiungere Marte nel prossimo futuro.

L’azienda Planetary Resources Inc, fondata dall’inventore di Google, Larry Page, ha come obiettivo quello di mappare i pianeti e gli asteroidi del sistema solare, al fine di individuare quelli che potrebbero essere adatti allo sfruttamento minerario. La società privata Space X, fondata da Elon Musk nel 2002, dopo neppure 20 anni dalla propria creazione risulta essere la prima compagnia privata in grado di lanciare e recuperare un veicolo spaziale, consentendo il riutilizzo dei materiali, sta progettando una nave spaziale che dovrebbe sostituire gli Space Shuttle e rappresentare la base per i voli con equipaggio umano prima sulla Luna e poi su Marte, e come se non bastasse ha in progetto una rete di 12 mila satelliti da collocare nell’orbita bassa terrestre per ottenere quello che è stato definito “internet spaziale” e dovrebbe garantire una velocità doppia perfino rispetto alla fibra ottica, con l’ulteriore vantaggio di poter coprire anche le zone più remote della terra.

La nuova corsa allo spazio sta insomma entrando sempre più nel vivo e sembra in grado di attirare interessi e capitali di gran lunga superiori rispetto a quelli messi in campo nel secolo scorso. Resta solo da comprendere se come la prima volta finirà per rivelarsi un fuoco di paglia o se invece siamo davvero destinati a volare fra le stelle come accade nella saga di Star Trek.





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