In Africa è tutto “più”: più colorato, più profumato, più intenso, più profondo e più vero. Venire qui è come riconnettersi alla propria infanzia, sublimata nella sensazione di “radice” che io ho provato solo in questa parte di mondo. 
Ho vissuto in Kenya quattro anni, prima di lasciarlo, per poi ritornare. Chi può permetterselo, invece, usa passare qui parecchi mesi dell’anno assaporando, nel bene e nel male, l’evoluzione di quel colonialismo scomparso nella forma e nella sostanza, ma che sopravvive intatto nelle sue dinamiche, in universi paralleli che appartengono a grossi proprietari e ai ricchi della passata generazione. Oggi, qui si incontrano tanti italiani, ma più di tutti sono gli inglesi, per ovvie ragioni coloniali. Chissà per quanto ancora, però, resteranno la maggioranza. I cinesi, infatti, sono ormai moltissimi, ma non si vedono, e il Kenya sembra essere affare loro in molti sensi tanto che anche ad uno sguardo ingenuo il futuro sembra già scritto. Non mancano infine gli americani, gli indiani, oltre a un nutrito flusso di migrazione interna.

È una destinazione che consiglierei a chiunque, dai nomadi digitali e di spirito, alle donne di buona volontà, ai pensionati che infatti si stanno trasferendo qui numerosi. Anche in questo caso le ragioni sono ovvie: il governante della casa dove vivo guadagna 120 euro al mese; lavora 6 giorni su 7 per 8 ore. Un cuoco prende qualcosa in più, una badante 150 euro. La benzina costa 0,80 euro al litro e un tonno appena pescato 3,50 euro al chilo. Mezzo chilo di pasta viene 3 euro, un chilogrammo di riso 2 euro e il parmigiano e l’olio d’oliva costano tanto da imparare a farne a meno, così come del vino rosso e delle sciocchezze che a noi occidentali piacciono tanto perché appartengono al nostro DNA.

Per la Farnesina si tratta di un paese a rischio e sarebbe disonesto negare che, soprattutto se non lo si rispetta, guidati spesso da presunzione e ignoranza, ci si può fare male. Io dal Kenya, invece, ho imparato l’umiltà: lo spettacolo della natura, della miseria, della precarietà, ma anche del progresso, ti rende consapevole che in questo quadro conti davvero poco o niente, ma allo stesso tempo ti regala la forte sensazione di poter contribuire, anche in maniera determinante, al tutto. Questo Paese è una contraddizione costante.

Molte delle storie di coloro arrivati fin qui, raccontano della ricerca di una terra promessa dove, con un piccolo gruzzolo, comprare una fetta di terreno “in prima linea”, che un giorno, non appena partirà lo sviluppo di questo Paese, potrebbe tramutarsi in una miniera d’oro. Ciò che accomuna il sogno di tanti è la certezza che ormai manchi poco, che la ruota stia per girare. Non è dato sapere se sia effettivamente così e ad alcuni neanche interessa. Mi riferisco a una stirpe trasversale di avventurieri, dilettanti per diritto, che ancora rincorre l’idea di libertà che ha mosso chi li ha preceduti e che farà partire chi verrà dopo di noi: sognatori, pirati, canaglie e galantuomini non spariranno mai da queste parti, cambieranno solo il travestimento per passare la frontiera. Una volta Mark Twain ha detto: «Tra vent’anni non sarete delusi dalle cose che avete fatto, ma da quelle che non avete fatto. Allora levate l’ancora. Abbandonate i porti sicuri. Catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite». Perché una barca in porto è più sicura, tuttavia le barche non vengono costruite per restare in porto.





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