grogueAbito a Sao Nicolau, una delle dieci isole che formano l’arcipelago di Capo Verde al largo delle coste del Senegal. La conformazione geologica dell’arcipelago è variegata, alcune isole sembrano la continuazione del Sahara e hanno spiagge chiare ed acque cristalline altre, di natura vulcanica, sono montuose e ricche di verde, in una c’è un vulcano attivo. E’ stato colonia portoghese dal ‘500 al 1975, prima della sua scoperta era disabitato e fu usato come avamposto per la tratta degli schiavi diretti in Brasile. La popolazione è creola, come la lingua che mischia Portoghese e dialetti africani.

Sao Nicolau è un posto bellissimo, tagliato fuori dal mondo. Seppure in linea d’aria non disti dall’Italia più del Senegal, per arrivarci ci vogliono due giorni e due aerei; altro sono le isole con l’aeroporto internazionale come Sal e Boavista ,che “godono” del turismo spinto dei villaggi.

La gente del posto vive di pesca, piccoli commerci, agricoltura e pastorizia, ma è un misero vivere. La vera risorsa e cioè il mare più pescoso del mondo, viene depauperato da grossi motopescherecci asiatici ma anche europei, ai quali il governo dà appalti per migliaia di tonnellate di pescato all’anno. Gli aiuti umanitari ormai scarseggiano, danno la precedenza a paesi africani più disagiati, e le rimesse dall’estero dei parenti emigrati si fanno sempre meno consistenti a causa della diffusa crisi. Ad aggravare il tutto c’è un altissimo tasso di natalità, molti bambini con poco futuro. Il turismo che potrebbe rappresentare una grossa fetta delle entrate, è messo nelle mani delle multinazionali dei villaggi che, grazie al cielo, non sono presenti a Sao Nicolau. Qui il visitatore è in genere il trekker del Nordeuropa o il pescatore sportivo, oppure chi cerca una badante scopante di quarant’anni più giovane; costoro in genere danno da vivere (senza nemmeno accorgersene) a tutta la parentela della ragazza. E’ in aumento fra i pensionati europei la tendenza di trascorrere l’inverno girovagando fra le isole. Con quello che si risparmia di riscaldamento si gode dell’estate in pieno inverno. Ogni tanto arriva qualche onlus con progetti di microimpresa, ma alla fine sono tutte prese per i fondelli.

La gente del posto è, salvo poche eccezioni, rassegnata e fatalista, poco reattiva, senza fantasia. Il vero fulcro della società sono le nonne, le mamme e le zie, le quali crescono i numerosi bambini che le ragazze della famiglia sgravano a getto continuo. I padri sono illustri assenti e usano la loro prolificità a vanto di un machismo assoluto. Difficile trovare due fratelli figli dello stesso stesso padre, specie nelle isole più arretrate. E’ probabile che il loro stile di vita basato sul quotidiano faccia specie a chi è cresciuto con l’idea di costruirsi la vita, ma qui è l’unico stile possibile.

E poi c’è il grogue. Distillato dalla canna da zucchero, è simile alla cachaça brasiliana, non proprio rum ma moooolto alcolico; è la bevanda nazionale, bevuta nella stessa quantità di come noi beviamo il vino. La canna di tutto il mondo ha i propri progenitori qui a Capo Verde, è da qui che si è diffusa nelle Antille Portoghesi prima, nei Caraibi e in Sud America poi. Anche se pochi lo ammettono è, insieme alle unioni fra consanguinei, la causa principale della demenza diffusa. Naturalmente c’è grogue e grogue; si sa che ci sono alcune parti del distillato, che contengono metanolo, sono molto pericolose, ma qua non lo buttano come sarebbe obbligatorio fare. Il range dei prezzi varia dai 2 ai 12 euro e la qualità non è controllata se non dai consumatori. Vedo gli effetti di quello da due euro ogni giorno davanti al baretto del centro, persone dall’aspetto simile ai fumatori di crack o agli sniffatori di colla, consumati nel corpo, fulminati nella mente. Si salva la classe media, una percentuale bassissima che, dovendo produrre, non si può permettere il perenne stato alcolico, ma si approvvigiona comunque di damigiane da cinque litri di quello buono, a cadenza settimanale.

Adesso, dico io, ma benedetti figlioli, avete una canapa che fa schifo, tantovero che la fumate poco, ma perché non implementare la produzione con una qualità migliore? Non sarebbe meglio farvi una bella canna anziché bere quello schifo? E così mentre chiacchieravo al bar con Mirco che fantasticava sulla possibile destinazione delle isole a paradiso fiscale, io facevo altrettanto destinandole a paradiso “fumogeno”, localini governativi dove vendere canapa di monopolio e il conseguente impiego di molti ragazzi disoccupati negli incroci e nella coltivazione. Pensavo al viaggiatore e al camminatore di montagna ai quali potrebbe interessare vaporizzata, così da non intaccarne le convinzioni salutiste; al pescatore d’altura, subito dopo un carpaccio di tonno e una birra gelata, si offrirebbe la famosa “Blue Marlin grass” prodotta solo a Capo Verde. Il pensionato residente potrebbe gustarla nella pipa, insieme a un po’ di Viagra; una qualità più leggera please, sennò mi sviene. E per il turista medio che viene per il sole, il mare, relax e musica, il bar sulla spiaggia te la vende già rollata, che qui c’e’ spesso vento, troppo faticoso.

In poco tempo si potrebbe creare un utile dalla sua tassazione all’origine e dall’indotto che il turista fumatore metterebbe in moto. Una bella spinta per l’economia e soprattutto un turismo sostenibile; è infatti noto ai più che il consumatore di canapa è in genere un tipo tranquillo, di cultura media, pacifista, amante della natura, raramente pedofilo e poco speculatore.

Per ciò che riguarda il grogue non ho speranze; ero andata con Paolo a Praia Branca, una frazione in montagna, a cercare un agnello per Pasqua (non insorgano i vegetariani) e, fra le stradine del paesino un ragazzo si stava rollando una canna in mano, camminando piano. Ahah, allora anche voi fumate…si si mi dice lui, ma solo dopo che ho bevuto: mi fa salire tutto il grogue. Passo e chiudo.

One Comment

  1. ……..hai fatto bene Silvia Bonetti.. non immagini quanto vorrei vivere in un sola…

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