Karl Popper e il principio della “punibilità del danno”

Durante l’estate, Facebook è stato invaso da un meme virale che attribuiva al filosofo Karl Popper la seguente tesi: “Una società democratica non può tollerare le idee intolleranti se non vuole cadere nella tirannide.” Il meme, condiviso da moltissime persone che detestano la libertà, non è solo fuorviante, ma fa passare il messaggio esattamente opposto rispetto a ciò che Popper sostiene.

Nell’opera “La società aperta e i suoi nemici”, il filosofo austriaco infatti afferma sì che “se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi”, ma poi aggiunge: “finché possiamo contrastarle [le opinioni intolleranti] con argomentazioni razionali e farle tenere sotto controllo dall’opinione
pubblica, la soppressione sarebbe la meno saggia delle decisioni. (…) Ma dobbiamo proclamare il diritto di sopprimerle, se necessario, anche con la forza (…) quando esse vietano ai loro seguaci di prestare ascolto all’argomentazione razionale, perché considerata ingannevole, e li invitano a rispondere agli argomenti con l’uso dei pugni o delle pistole.”

Secondo Popper, perciò, non sono mai le idee che vanno punite o represse, bensì le azioni. Sono i pugni e le pistole, come manifestazione materiale dell’irragionevolezza delle convinzioni, a darci il diritto di combatterle e sopprimerle con la forza. Quando invece una società si arroga il diritto di reprimere le idee e le opinioni, per quanto ripugnanti risultino ai nostri occhi, si gioca una partita pericolosa. Non solo perché una società aperta (ovvero tollerante, come ne parla Popper) che non tollera le idee avverse è destinata a divenire una società chiusa (ovvero a produrre l’immagine stessa che si è convinta di poter reprimere), ma soprattutto perché la censura è sempre manifestazione di un’irragionevolezza.

Popper, da buon liberale, sa perfettamente che, se da un lato le azioni violente possono e devono essere fermate anche con la forza, lo stesso non vale per le parole o le idee. Chi obietta che “le azioni sono sempre scatenate da un’idea” non ha alcun modo per provare la sua affermazione: qual è la prova certa che dimostra come un’azione sia stata scatenata proprio da quell’idea che ci
sembra correlata?

Facciamo un esempio: se Carlo, adolescente di 14 anni, uccide i genitori e gli inquirenti scoprono che nei mesi precedenti ascoltava i dischi di Eminem, alcuni potrebbero pensare che sia l’ascolto di quelle canzoni (l’espressione dell’idea) ad aver provocato il gesto criminale. Ma la catena causale che porta dall’ascolto al gesto è complessa e lunghissima. Perché il gesto non dovrebbe essere stato scatenato da una litigata con un amico, da un dissidio col fratello o da altri avvenimenti psicologici ben precisi? Chi mi dà la certezza che quel gesto sia incontrovertibilmente correlato al crimine, in modo da poter ritirare dal commercio i dischi di Eminem? Non abbiamo alcun modo per provare scientificamente tale correlazione.

La mente è una cosa complessa ed è impossibile, con i mezzi che abbiamo attualmente, provare la correlazione causale tra un’idea e un gesto. Per questo Popper si appella al “principio della punibilità del danno”: un’azione criminale è punibile perché dimostrabile sotto gli occhi di tutti, ma le idee che si suppone stiano dietro a quell’azione no. Se si puniscono le idee, il crinale che porterà dalla repressione delle canzoni fasciste all’incarcerazione di un comico che sbeffeggia il governo o un sistema economico è molto ripida poiché una società che reprime le idee è una società fondata sull’arbitrio. L’arbitrio sarà quello di chi in un certo momento detiene il potere di decidere quale sia il criterio valutativo delle idee: non più la logica e la ragione, ma il puro arbitrio individuale.

Finché l’arbitrio è quello di un governante ragionevole (ma non è già più il nostro caso), le cose potrebbero andare bene. Ma quando l’arbitrio sarà nelle mani di qualcuno le cui intenzioni siano davvero distorte, avremo di che rimpiangere di non aver ascoltato Popper e di non aver saputo opporre la ragione all’irragionevolezza delle idiozie.

 





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