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Al momento di scrivere queste note, non è ancora iniziata l’annunciata “semina di settembre” che avrebbe reso disponibile la marijuana di Stato uruguayana entro marzo. Presumibilmente però si tratta solo di una questione di tempo.

Il Congresso di Montevideo sta ancora discutendo i particolari indicati dal presidente José “Pepe” Mujica. Lo stesso Mujica ha inoltre espresso l’esigenza di evitare che l’Uruguay diventi meta di un turismo di tossicodipendenti: “Il progetto mira a risolvere i problemi che ci sono tra di noi”.
 La maggioranza di sinistra sembra abbastanza compatta, e anche dall’opposizione di centro-destra arrivano alcuni consensi. In America Latina dunque l’opzione antiproibizionista sta per passare dal dibattito alla sperimentazione.

A elogiare l’idea sul sito governativo definendola “valorosa”, c’è anche il peruviano Mario Vargas Llosa, premio Nobel per la letteratura e noto liberale, che normalmente spara invece a zero contro i governi di sinistra latino-americani. Il presidente boliviano Evo Morales, che da tempo si batte per chiedere all’Onu l’eliminazione della foglia di coca dalla lista delle sostanze bandite a livello internazionale, in un primo momento ha elogiato l’iniziativa uruguayana facendo pensare a un imminente passo analogo a La Paz; successivamente il governo ha smentito. Tra le opinioni critiche c’è poi anche quella dell’Onu, che considera la legge incompatibile con tutti gli accordi internazionali contro il narcotraffico sottoscritti dagli Stati membri.

Il presidente Mujica ha annunciato l’istituzione di un monopolio di Stato sulla marijuana all’interno di un piano di 15 misure per ridurre l’aumento della criminalità, anche se l’Uruguay resta uno dei paesi più sicuri del continente. “In Uruguay abbiamo 9mila detenuti di cui 3mila per il narcotraffico, e questo numero tende a crescere”, dice il presidente.

In realtà sarà un monopolio sulla sola produzione: la distribuzione sarà poi affidata a privati, sia pure sottoposti a controllo. Verrà anche istituito un registro dei consumatori che prevede la distribuzione di un massimo di 30 grammi al mese per persona: un modo per evitare sia il mercato nero sia quel tipo di narcoturismo che ha obbligato infine l’Olanda a cambiare la propria legge sui coffeeshop istituendo a sua volta un meccanismo di tesseramento.

Poiché in Uruguay coloro che fanno uso di marijuana almeno una volta al mese sarebbero 75mila, il governo ha previsto una produzione da 27mila chili all’anno che verrà realizzata in un apposito appezzamento – prima previsto di un centinaio di ettari, poi portato a 150. La decisione è ora in corso di valutazione al Congresso.

Il governo uruguayano ha chiarito di non volerci guadagnare sopra: gli utili e le imposte sulla vendita saranno destinati alla riabilitazione dei tossicodipendenti, mentre una parte della produzione verrà utilizzata per la realizzazione di farmaci contro il cancro. Che la depenalizzazione della produzione della canapa indiana vada accompagnata a un monopolio di Stato è una novità tra le legislazioni esistenti. Non è però una novità in assoluto: all’inizio del XX secolo monopoli di Stato sull’oppio erano in vigore nelle colonie inglesi, francesi e olandesi in Estremo Oriente, e persino nel Marocco francese esisteva dal 1912 una Régie des Tabacs et du Kif che vendeva insieme tabacco e hashish.

Proprio su quell’esperienza si basò poi l’Osservatorio geopolitico delle droghe di Parigi per criticare l’ipotesi antiproibizionista, osservando ad esempio che nelle Indie Olandesi il monopolio non impediva un fiorente contrabbando, simile a quello delle sigarette: i prezzi alti rendono ancora conveniente un’intermediazione criminale, mentre prezzi bassi rischiano di estendere il vizio invece di metterlo sotto controllo. Proprio questo regime di monopolio è criticato da alcune organizzazioni storiche dell’antiproibizionismo uruguayano, che chiedono il diritto all’autocoltivazione.

fonte: enjoint.info





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