2015-02-02 05.27.14 pm        2015-02-02 05.27.26 pm

“Signor procuratore ci liberi dalla ‘ndrangheta.” E’ il contenuto di una lettera che tre sindaci scrissero a Vincenzo Macrì, Sostituto Procuratore Nazionale Antimafia, lo scorso luglio. Ma non erano primi cittadini delle solite città calabresi. Di quelle con i paesaggi sfigurati dall’abusivismo edilizio o i morti ammazzati. No. Si tratta dei sindaci di Cesano Boscone, Corsico e Trezzano sul Naviglio. Ed è così che proprio in quei territori del ricco nord, dove tutti i problemi sembrano essere immigrati, prostitute e drogati, si scopre che la ‘ndrangheta, dalla Calabria, ha piantato radici solide nell’indifferenza. Talvolta nella connivenza.

Fantasie?
Basta leggere l’ultima relazione della Commissione Parlamentare Antimafia per farsi un’idea sia della matrice, per così dire, storiografica che delle attuali evoluzioni del fenomeno ‘ndrangheta.
“Il piano di colonizzazione della ‘ndrangheta fu inconsapevolmente favorito dalle scelte di politica sociale ed urbanistica degli amministratori settentrionali che concentrarono i lavoratori meridionali nelle periferie delle grandi città.
In alcune realtà il controllo della ‘ndrangheta divenne asfissiante. Comuni dell’hinterland milanese come Corsico e Buccinasco, ancora oggi, sono pesantemente condizionati dalla ‘ndrangheta. Non a caso proprio Buccinasco viene chiamata “Platì 2”. Da anni, in questi comuni, agiscono le famiglie “Papalia” e “Barbaro” che gestiscono il traffico della droga con una propensione all’infiltrazione ed al condizionamento degli appalti pubblici”.
Alcuni beni confiscati alla famiglia Papalia dovevano diventare sede di nuovi uffici per il Comune di Buccinasco. La gara, per tre volte, è andata a vuoto. L’ex Sindaco ricevette inoltre pesanti minacce per avere provveduto, nelle forme di legge, a revocare il diritto di voto a soggetti raggiunti da provvedimenti definitivi per associazione mafiosa.

Le cronache recenti registrano alcuni episodi inquietanti. Il 14 luglio con una pistolettata in faccia veniva ucciso “compare Nuzzo”. Così qualcuno, a San Vittore Olona, poteva sentir chiamare Carmelo Novella. In provincia di Varese, a Besnate, il capo dell’ufficio tecnico del Comune è stato accoltellato proprio davanti al municipio, mentre a Lonate Pozzolo qualcuno ha incendiato l’autovettura di un dirigente comunale. A Cataldo Aloisio, 34 anni, legato alle cosche di Cirò Marina, hanno ficcato un proiettile dietro la nuca. Il suo cadavere è stato trovato il 27 settembre scorso a San Giorgio sul Legnano. In una clinica nel pavese, invece, è stato arrestato il boss Francesco Pelle. E’ coinvolto nella strage di Duisburg. Dove le ‘ndrine di San Luca hanno dimostrato all’Europa intera la loro forza militare. La “capitale della ‘ndrangheta è Milano”.

E’ la sintesi del Giudice Antimafia Vincenzo Macrì. La testimonianza di una metamorfosi di cui molti, da diversi anni, stanno prendendo atto. Magistratura e forze dell’ordine. Un po’ meno la politica. Il business in Calabria è roba che serve a generare profitto, creare i capitali da immettere nelle economie “pulite”. Entrare in affari con i gruppi imprenditoriali più in vista. Soldi contanti e poche chiacchiere. I tempi delle riunioni nel cuore dell’Aspromonte, sotto l’occhio “benevolo” della Madonna della Montagna, sono finiti. Adesso è Milano, il suo Duomo, la sua Madùnina, ad essere il centro degli affari dei clan più rampanti.
In una recente relazione dell’AISI (l’ex SISDE) in mano ai Prefetti di Milano e Torino lancia l’allarme: è certa la presenza dei «tentacoli delle ‘ndrine calabresi sui cantieri delle grandi opere del Nord» . Attraverso «nuove e pericolose organizzazioni criminali, nate dalle antiche cosche ma ormai slegate dal controllo dei boss d’origine» si punta a «obiettivi più sofisticati e lontani dalle tradizionali attività dei clan, narcotraffico ed estorsioni».
«In Piemonte e Lombardia – negli ultimi anni – sono sorte progressivamente imprese edili e di movimento terra, riconducibili a soggetti di origine calabrese, impegnati anche nei lavori per le opere delle Olimpiadi invernali e della linea ferroviaria ad Alta Velocità Torino-Milano». Proprio negli ultimi mesi la costituzione di un vasto reticolo di piccole imprese, vertiginose compravendite di terreni nell’area dell’hinterland milanese e nuove lottizzazioni urbanistiche sono l’oggetto di un nuovo troncone investigativo che parte dalla Procura di Varese e passa alla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano.

La ‘ndrangheta non vuole rimanere fuori dagli appalti dell’Expo di Milano. E si infittiscono gli incontri con imprenditori e politici. Qualcuno passa a riscattare il credito proprio del sostegno elettorale.
Uno di quelli che oggi sembra battere cassa, chiedendo la restituzione di certi “favori”, è Giovanni Cinque, 55 anni, ritenuto esponente delle cosche del Crotonese. Della famiglia Arena di Isola Capo Rizzuto. Da un’inchiesta relativa ad un traffico di cocaina, che quest’ultimo avrebbe gestito, sono emersi contatti con il mondo della politica lombarda.
Gli investigatori tengono traccia dei contatti di Cinque e finiscono con l’annotare i nomi del consigliere provinciale di Varese Massimiliano Carioni, 34 anni, e del consigliere comunale di Milano Vincenzo Giudice, 51 anni, entrambi appartenenti a Forza Italia.
Alla scorsa tornata elettorale Giovanni Cinque mobilita la comunità calabrese della zona e sostiene la campagna elettorale di Carioni, assessore all’edilizia del comune di Somma Lombardo.
Raccoglierà oltre quattromila voti raggiungendo l’obiettivo. Elezione festeggiata con sorrisi, abbracci e bollicine di champagne. E col neoeletto Carioni, a festeggiare, sarebbero stati immortalati proprio Giovanni Cinque e Francesco Franconeri, un altro soggetto legato alla ‘ndrangheta con precedenti per bancarotta fraudolenta e ricettazione.

A Cinque interessa l’Expo. Forse consultazioni preliminari strategiche, ma si svolgeranno delle riunioni. Quattro quelle documentate dalla Squadra Mobile di Milano in un rapporto trasmesso ai Magistrati.
«Il primo incontro – è scritto – avviene in un bar di Castronno. Con Cinque ci sono Paolo Galli, presidente del Consiglio di amministrazione dell’ Aler di Varese, l’ azienda che si occupa di Edilizia Residenziale e Francesco Salvatore, un imprenditore campano impegnato nel settore dell’ Edilizia e dell’ Informatica. Lo stesso contesto si è ripetuto altre tre volte, ma era presente anche Vincenzo Giudice, 50 anni, consigliere comunale eletto nella lista “Forza Italia Moratti sindaco”».
Avere parlato di questo rapporto è costato una perquisizione a Fiorenza Sarzanini, del Corriere, e Guido Ruotolo, de La Stampa. Nel frattempo Carioni e Giudice si difendono negando di avere mai avuto rapporti con Giovanni Cinque. Entrambi non risultano nemmeno indagati.
Vincenzo Giudice, proprio in questi giorni, deve affrontare una bufera attorno alla società della quale presiede il CdA. La Zincar – “Zero impatto non Carbonio” – partecipata del Comune di Milano – che si occupa di progetti legati alla mobilità urbana con energie alternative e sperimentazione di nuove tecnologie.
La società avrebbe un disavanzo di 2 milioni di euro. E nonostante nell’ultimo anno non abbia avuto alcuna commessa avrebbe elargito diverse consulenze. Giudice ha detto che chiarirà tutto in fretta ma in una circolare interna ordina che «nessun documento avente ad oggetto Zincar e le attività ad essa afferenti può essere duplicato, asportato o diffuso senza la mia autorizzazione esplicita». Per fare chiarezza, s’intende.

 

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