Alla fine di marzo 2020, la Corte di Washington DC ha rimesso in discussione le sorti dell’oleodotto Dakota Access da anni operativo nel portare petrolio dal Nord Dakota all’Illinois attraversando le terre sacre dei Sioux e sotto al fiume che è la loro unica fonte di acqua potabile, il Missouri. La Corte federale ha infatti commissionato una nuova valutazione sull’impatto ambientale dell’oleodotto che prenda in considerazione la possibilità di sversamenti e la difficoltà di rintracciare eventuali perdite come richiesto dai nativi americani.

Per oltre un anno, tra il 2016 e il 2017, migliaia di persone protestarono nei territori dove avrebbe dovuto passare l’oleodotto, portando così l’attenzione del mondo su quanto stava accadendo e aiutando a far crescere un movimento globale di resistenza indigena a progetti di infrastrutture legate ai combustibili fossili.

Sulla nuova decisione il giudice James Boasberg ha dichiarato che l’approvazione di questo oleodotto resta “altamente controversa” ai sensi della legge federale sull’ambiente e che è necessaria una revisione più ampia della valutazione precedentemente effettuata, cosa che richiederà molto tempo. Non è ancora chiaro se la sentenza porterà alla chiusura dell’oleodotto. Boasberg ha ordinato ad entrambe le parti di presentare una relazione sull’opportunità di continuare a tenerlo in funzione durante il periodo del nuovo riesame, cosa che i Sioux vogliono evitare. Se così fosse, questa decisione equivarrebbe ad una vittoria storica. Comunque andrà la sentenza segna di per sé un passaggio importante di questa ormai annosa battaglia tra i Sioux e il Capitale.

Dopo anni di impegno a difendere la nostra terra e la nostra acqua, accogliamo questa notizia come una significativa vittoria legale”, dice il presidente della tribù Sioux di Standing Rock, Mike Faith. “E’ impressionante vedere come azioni che abbiamo portato avanti quattro anni fa per difendere la nostra terra ancestrale continuano ad influenzare le discussioni nazionali su come le nostre scelte influiscono sul pianeta. Forse, sulla scia di questa sentenza, anche il governo federale inizierà ad ascoltarci realmente quando esprimiamo le nostre preoccupazioni”.





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