«Nella vita bisogna fare tre cose: mettere al mondo un figlio, scrivere un libro, piantare un albero». Così recita un antico detto Zen che suggerisce che il senso della nostra esistenza sia quello di garantire la continuità della vita. Ma quanti di noi possono dire di aver fatto la cosa apparentemente più semplice delle tre: aver piantato, cioè, almeno un albero? Pochissimi, probabilmente.

Treedom può farlo per noi. Si tratta di una piattaforma web fondata a Firenze che permette di acquistare alberi da far piantare in giro per il mondo. Sono oltre 6mila le persone che hanno aderito, regalando ad amici e conoscenti una pianta che porterà il loro nome nel tempo a venire.

Se infatti un albero non può cambiare il mondo, così come una persona da sola non può mutare il corso della storia, grazie a Internet possiamo unirci per avere un pianeta più sano.

Sono svariate ormai le iniziative votate a rendere più verde la Terra, basta cercarle su Google o meglio attraverso Ecosia, il motore di ricerca che devolve l’80% degli introiti ricavati dalla pubblicità online a opere di salvaguardia e di protezione dell’ambiente, che spesso e volentieri consistono in veri e propri imponenti progetti di riforestazione. Più click ottiene Ecosia, più alberi vengono piantati. Al momento già 83 milioni. Quota 1 milione è invece l’obiettivo di One Million Tree. Nata nel 2006 dall’allora sindaco di Los Angeles, questa iniziativa è stata via via adottata da diverse città e megalopoli del calibro di Londra, New York e Shanghai. Nello stesso anno il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente ha alzato la posta, puntando su un obiettivo più ambizioso: la campagna One Trillion Tree attualmente coinvolge nazioni come Cina, India, Etiopia, Messico e Turchia, per citarne solo alcune e lo scorso 4 febbraio, a seguito dell’ultimo World Economic Forum di Davos, Donald Trump, tra i maggiori negazionisti climatici che la storia ricordi, ha annunciato che anche gli Stati Uniti vi prenderanno parte. Si tratta di una piattaforma nata per favorire la collaborazione tra gli stati e le società private per piantare più alberi, con l’obiettivo di arrivare a mille miliardi di nuove piante in giro per il mondo. Tutti sanno che il ciclo vitale di una pianta si basa in gran parte sull’assorbimento di anidride carbonica, uno dei principali gas serra che impedisce alla Terra di disperdere nella giusta misura il calore ricevuto dal Sole, con il conseguente riscaldamento anomalo del pianeta e il cambiamento del suo clima. Le piante sono in grado di trasformare la CO2 in ossigeno, ecco perché mantenere il pianeta più verde è una buona cosa.

«Il momento migliore per piantare un albero è vent’anni fa. Il secondo momento migliore è adesso», diceva Confucio a dimostrazione che è una pratica sempre valida, ma dalla scorsa estate diversi ricercatori hanno espresso dubbi sull’efficacia di iniziative come questa per contrastare il surriscaldamento globale, non perché siano inutili ma perché “strumentalizzabili”: un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica “Science” dice che «affermare che piantare nuovi alberi sia la soluzione più efficace per il clima è scorretto dal punto di vista scientifico ed è pericolosamente ingannevole» perché anche supponendo che l’attività di piantumazione ecologica coinvolga sempre più stati e realtà, non sarà sufficiente a compensare l’inquinamento. A questo pensiero si sono presto affiancati altri tre scienziati con un articolo sul “New York Times” in cui si afferma che: «L’unica cosa che potrà salvare noi e le generazioni future dal pagare un alto prezzo in termini di denaro, di vite umane e di danni alla natura è una riduzione rapida e significativa delle emissioni di anidride carbonica derivate dall’utilizzo dei combustibili fossili, che deve essere portata a zero entro il 2050». Dunque non possiamo aspettarci che il semplice aumento del numero di alberi possa risolvere un problema che riguarda tanti, troppi e quasi infiniti aspetti della nostra società: non c’è nessuna possibilità di piantare così tanti alberi da riuscire a riassorbire l’enorme quantità di anidride carbonica in eccesso che viene prodotta e immessa nell’atmosfera dai paesi industrializzati.

Per questo, dicono gli scienziati, è necessario intervenire sulle cause alla base dell’inquinamento. Su scala globale, i combustibili fossili forniscono l’80% circa di tutta l’energia utilizzata al mondo. Da qui si capisce perché le politiche e le leggi per limitarne l’impiego faticano ad affermarsi: nessun governo vuole rinunciare al proprio benessere o alle proprie opportunità di crescita nel breve periodo, senza contare gli enormi interessi delle multinazionali che hanno il controllo dei combustibili fossili e che non vogliono vedere diminuire i propri profitti. «L’unico modo per fermare il surriscaldamento di questo pianeta passa attraverso soluzioni politiche, economiche, tecnologiche e sociali che mettano fine all’impiego dei combustibili fossili», dice l’articolo. Trasmettere il messaggio che sia sufficiente piantare alberi per risolvere un problema complesso come il riscaldamento globale rischia di diventare una pericolosa distrazione e di far perdere di vista le cause che stanno determinando il cambiamento climatico, ciononostante non è vano continuare a sognare nuovi modi, nuove strategie e nuove alternative che possano, anche se solo in una minima parte, combattere il degrado del nostro ambiente. In fondo non importano le dimensioni di un nostro gesto, ma l’importanza che quello ha per noi. Essere complici di Ecosia, farsi travolgere dagli entusiastici propositi di One Trillion Tree ci rende parte di quel nuovo e impressionante movimento che aspira al cambiamento, un’onda che prende forza e può fare pressione affinché chi governi domani sia espressione di questa rinnovata coscienza ambientalista.

a cura di Gabriele Ferreccio
Studia scienze umane dell’ambiente, del territorio e del paesaggio all’università statale di Milano e segue da vicino e con passione tutto ciò che riguarda la causa ambientalista





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