sudanNei rari momenti di pace, i Monti Nuba, in Sudan, sembravano un rigoglioso e ordinato giardino. Il cibo abbondava, la gente era allegra e le scuole sempre affollate. Nei rari momenti di pace…

Va avanti da 30 anni l’odiosa guerra che costringe un intero popolo alla paura e a vivere nelle grotte per cercare scampo a bombardamenti che, oramai è provato, non mirano ad obiettivi militari, ma ad annientare gli abitanti di questa regione. Ad essere colpite sono case e capanne, scuole, ospedali e raccolti.

La colpa della popolazione nera dei Monti Nuba è la sua voglia di libertà, la sua fierezza. Il suo essere musulmani per scelta, non per imposizione, e nel frattempo rispettare gli altri credi ed ospitarli come una ricchezza dello spirito in più. Per il governo arabizzato di Khartoum, per le sue leggi improntate alla Sharia, questi sentimenti sono una minaccia da annichilire.

Tanto più che i Monti Nuba, come il Darfur, sono terre di confine contro tanti nemici esterni e pedine importantissime nella geopolitica folle del petrolio in un paese che galleggia sull’oro nero.

Un oro che fa gola a troppi attori, interni ed esterni, e arma guerre e conflitti senza sosta alcuna. Né Khartoum, né le grandi compagnie petrolifere, né Cina e Stati Uniti, nei loro giochi di potere, hanno interesse ad una pace stabile e duratura. A pagarne le conseguenze è un popolo inerme.

Sui monti Nuba si muore di carestie, indotte dalla distruzione dei raccolti, di malattie, anche le più semplici, per il sistematico bombardamento di ogni struttura sanitaria. Si muore in schiavitù una volta catturati. Si muore per stupro se si è una giovane donna. Si muore perché nei campi di raccolta governativi tutto manca mentre abbonda la violenza e la sopraffazione culturale di un popolo in fuga.





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