Ogni epoca ha i suoi paradigmi e ogni paradigma porta con sé le risorse che determinano i rapporti di potere. Se nell’epoca della rivoluzione industriale la risorsa primaria era il dollaro, nell’epoca postmoderna della comunicazione di massa, l’attenzione è il bene più prezioso in commercio.

Guardiamoci intorno: influencer che non solo cercano di indurre i propri follower a compiere scelte commerciali, politiche e comportamentali; entità mastodontiche come Google e Facebook che costruiscono algoritmi utili a catturare l’attenzione degli utenti, ma senza far credere loro di averla catturata; foto, video, articoli, hashtag, gruppi, chat, con il solo scopo di tenere incollate allo schermo persone completamente ignare di poter dedicare le proprie energie ad altro. La guerra dell’attenzione viene vinta infatti non tanto da chi cattura la tua attenzione, ma da chi ti impedisce di accorgerti di averla catturata. Questa è la radice dell’ossessione, ed è proprio in ossessione che l’attenzione si trasforma quando non ci accorgiamo più di aver spostato il nostro focus mentale e psicologico verso qualcosa di diverso.

Donald Trump è il presidente perfetto per l’epoca che stiamo vivendo. La sua comunicazione infatti mira non tanto a persuadere le persone delle sue idee, quanto piuttosto ad occupare l’attenzione dei suoi detrattori. Trump è diventato la tragicomica ossessione dell’intellighenzia occidentale progressista, non solo lo spauracchio di ogni uomo e donna di sinistra, ma qualcosa di più: l’invisibile onnipresenza che occupa il campo mentale dei suoi nemici. Nello stesso modo in cui lo stream di Instagram occupa i pensieri di un adolescente anche quando quest’ultimo non sta davanti allo schermo, Trump occupa i discorsi politici, sociali ed economici di chi ne contesta la figura pubblica. E il presidente USA questo lo sa benissimo. È per questo che i suoi discorsi sono sempre, per usare un eufemismo, sopra le righe: razzismo, sessismo, machismo guerrafondaio, violenza verbale ed incitamento al tanto amato “hate speech”, tutti questi sono ingredienti che permettono a Trump di essere sempre presente, anche quando non è di fronte a noi. Tutti questi sono gli stratagemmi con cui, anche quando non mi trovo di fronte alla sua faccia, i miei gesti, le mie parole e le mie idee restano impregnate del disprezzo, dell’angoscia e del timore che la sua esistenza mi impone di sentire.

In quel momento, l’attenzione, conquistata fin nei suoi più profondi anfratti, si trasforma in ossessione, esattamente come avvenuto in Italia con Silvio Berlusconi, il grande precursore del trumpismo: tutto ciò che vedo e tutto ciò di cui faccio esperienza è pervaso, come avrebbe detto Lacan, da un “precursore oscuro”, da un’invisibile presenza che, pur nella sua invisibilità, produce effetti ben precisi su ciò che io sono e sull’immagine che proietto di me stesso. Come quando ci innamoriamo di una persona al punto da far sì che ogni nostra azione e parola sia impregnata del suo pensiero, allo stesso modo la società dell’influenza di massa ci impone di “farci ossessionare” da qualcosa, sia esso il presidente degli Stati Uniti o il dittatore nord-coreano Kim Jong-Un, sia la pornostar di turno o il dibattito sul femminicidio.

Nell’epoca in cui l’attenzione è la risorsa primaria per costruire un potere, siamo tutti un po’ meno liberi poiché ci lasciamo circondare da elementi che, ossessionandoci, decidono al posto nostro, modificando le esperienze che facciamo, formulando le parole che pronunciamo, forgiando i pensieri di cui ci sentiamo erroneamente artefici.

Nell’epoca dell’ossessione mediatica, il dialogo è una chimera poiché esso è il primo mezzo per imparare a prendere razionalmente le distanze da qualcosa che ha catturato la nostra attenzione, ma i grandi attori della guerra in corso non vogliono che facciamo questo: sarebbe un danno pazzesco se domani in tanti comprendessero che, in fin dei conti, Donald Trump dovrebbe contare meno di zero sul nostro scacchiere mentale perché abbiamo cose molto più importanti e interessanti, molto più “nostre”, alle quali pensare.

Purtroppo, è probabile che la guerra dell’attenzione noi l’abbiamo persa, poiché non siamo né i generali né i soldati semplici. Noi siamo il territorio da conquistare. E amaramente, come ogni territorio che si rispetti, il nostro ruolo è quello di vederci suddivisi, confinati, conquistati da idee, pensieri e folli che non hanno idea di quello che stanno facendo. A meno che un po’ di filosofia non giunga per trarci d’impaccio e farci tornare a pensare per davvero.

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