Era lunga 2000 chilometri. Aveva 2900 micro-barriere coralline su 1050 isolotti. Aveva più biodiversità che tutta l’Europa messa insieme. Ci abitavano 1625 specie di pesci, 3000 specie di molluschi, 450 specie di coralli, 220 specie di uccelli e tartarughe, 30 specie di balene e delfini.

Era stata creata da coralli, piccoli animaletti che nel corso dei millenni si sono espansi in un enorme labirinto di atolli ed isolotti, di enorme bellezza e ricchezza naturale.

Nel 1960 l’idea di trivellare nei pressi della barriera corallina portò al primo movimento ecologico d’Australia con la nascita di “Save the Reef”. Nel 1975, scacciati i petrolieri, venne creato il Great Barrier Reef Marine Park.

Nel 1981 l’UNESCO la nominò sito di rilevanza mondiale e la chiamò “the most impressive marine area in the world”.

Quello stesso anno, 1981, arrivò il primo episodio di sbiancamento. L’aumento di temperatura portò alla morte delle alghe che danno colore e nutrimento ai coralli. Altri sbiancamenti nel 1997-1998, nel 2001-2002 e nel 2005-2006.

E non c’era solo la morte delle alghe, ma un oceano più acido a causa dei cambiamenti climatici e di maggior CO2. L’acidità stava dissolvendo la barriera corallina. Gli scienziati suonarono l’allarme, nessuno più forte di Veron.

Nel 2009 disse a Londra, davanti a 350 scienziati: «La grande barriera corallina è ormai entrata nel braccio della morte» Oggi la sua profezia si è avverata.

Non sappiamo se interventi dell’ultim’ora avrebbero potuto salvarla, ma nessun intervento c’è stato mai, ne a livello australiano, ne a livello mondiale.

L’Australia fece pressioni sull’ONU per ottenere che la grande barriera corallina fosse rimossa dai siti UNESCO in pericolo, serviva per “salvare il turismo”. Ora non c’è più, è stata uccisa dall’uomo.

Articolo tratto dal blog ufficiale di Maria Rita D’Orsogna





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