La chiamano iGen. È la generazione dei nati dal 1995 in poi, quando la Rete è stata aperta agli usi commerciali. Sono quelli cresciuti con il cellulare in mano, su Instagram da quando andavano alle medie e che non hanno esperienza di un mondo senza Internet. I più anziani tra gli iGen si affacciavano all’adolescenza quando il primo iPhone fu immesso sul mercato, nel 2007; nel 2010 arrivò l’iPad, e loro frequentavano il liceo. Sono quelli cresciuti costantemente connessi, immersi negli smartphone e nei social network. Al contrario dei millennial, che hanno conosciuto una realtà analogica prima dell’avvento degli schermi piatti, gli adolescenti di oggi hanno vissuto tutta la vita in un mondo in cui uno schermo connesso a internet e tendenzialmente collegato su un qualche social network è presente a ogni ora del giorno e della notte. Il potere assoluto dello smartphone sugli adolescenti di oggi ha conseguenze che si propagano come un’onda in ogni ambito della loro vita, dalle interazioni sociali alla salute mentale.

Secondo la ricerca della professoressa Jean M. Twenge della San Diego State University, docente di psicologia che studia i trend generazionali da venticinque anni, i giovani di oggi sono più aperti e più attenti delle precedenti generazioni, ma anche più ansiosi e infelici. E sono immaturi, infantili: non bevono, usano meno droghe e fanno meno sesso, ma sono anche meno pronti ad affrontare la vita reale, al punto di essere sull’orlo della peggior crisi esistenziale di sempre e gran parte di questa crisi è causata proprio dalla dipendenza da smartphone.

Ogni indagine condotta fino ad oggi ha dimostrato che la felicità dei ragazzi diminuisce in maniera proporzionale al tempo trascorso davanti allo schermo di uno smartphone o di un tablet, rilevando che la generazione più digitale della storia è sempre più sola, depressa e pronta al suicidio, e che i social network, ponendo enfasi eccessiva sulla condivisione di ogni momento, finiscono per esaltare l’esclusione dei meno integrati. In termini di tempo trascorso online, non c’è alcuna differenza tra i teenager che vivono in contesti svantaggiati e quelli che provengono da famiglie benestanti: in media, un adolescente controlla il cellulare più di ottanta volte al giorno. Proibirne l’uso, oltre che impossibile, spesso è controproducente, perché scatena conflitti e reazioni di chiusura. Come intervenire, allora?

L’esempio
La risposta è l’educazione, che deve cominciare in famiglia. Nessuno permetterebbe a suo figlio di guidare senza patente. Allo stesso modo, non si può lasciare che un bambino giochi con uno smartphone senza spiegargli come funziona. Nessuno strumento è buono o cattivo di per sé, dipende come sempre dall’uso che se ne fa e Web e social sono un fantastico spazio da esplorare a patto di farne un utilizzo consapevole, conoscere i pericoli nascosti come fake news, bullismo, estorsioni, pedofilia online e sapere come prevenirli e neutralizzarli. Perché la Rete è una ricchezza da sfruttare e uno spazio da esplorare con l’aiuto di regole e comportamenti accorti. Demonizzare non è mai la strada: «È importante rendersi conto che non esiste l’opzione in cui torniamo al fax e consultiamo i libri di carta piuttosto che Wikipedia» ha detto Massimo Mantellini, uno dei più autorevoli esperti italiani di cultura digitale. «Non solo non è possibile, ma significa anche non capire che nuovi strumenti impongono nuovi ragionamenti: non bisogna opporsi alla tecnologia, ma imparare a usarla meglio». Evitandone, viene da sé, abusi e dipendenze.

Per allontanare i figli dagli schermi, Daniel Willingham, professore di psicologia all’Università della Virginia e autore di “Raising Kids Who Read”, suggerisce di stimolare il loro interesse verso altre attività, come ad esempio la lettura. Leggere testi di lunga durata come libri e articoli di riviste è molto importante per allenare l’attenzione, comprendere idee complesse e sviluppare capacità di pensiero critico, cosa che un aggiornamento di stato sui social certamente non favorisce. Non è utile, però, “sequestrare” il telefono di un figlio adolescente e dirgli che può riaverlo dopo aver letto per 30 minuti, legando la mancanza di tempo trascorso sul dispositivo ad una lettura forzata. Un modo per farlo, secondo Dean-Michael Crosby, un insegnante in una scuola in Inghilterra che spesso fornisce consigli ai genitori su questo tema, è quello di «sporcare la casa con titoli accattivanti». Egli suggerisce di lasciare libri in giro per il salotto, la cucina e anche in bagno. «Anche se ne scovano uno per curiosità, mentre aspettano che l’acqua stia bollendo, potrebbe essere il libro giusto per loro», ha detto Crosby. Sia Willingham sia Crosby hanno consigliato di provare dei libri con le immagini e graphic novel. Con la loro abbondanza di immagini, insieme a temi più maturi e contenuti adatti alla loro età, questi libri possono aiutare gli adolescenti riluttanti ad entrare nel mondo della letteratura. Un altro modo per infondere amore per la lettura è insegnare ai bambini quanto può essere utile: la prossima volta che tuo figlio verrà da te a porre una domanda, prova a dirgli di cercare la risposta leggendo della questione autonomamente. Spiegagli che i libri offrono un livello di conoscenza approfondita non disponibile attraverso la “gratificazione immediata” di internet. Bisogna adoperarsi affinché i ragazzi non vivano ed esperiscano la realtà solo attraverso lo schermo. Infine, per modellare un buon comportamento è fondamentale dare l’esempio: se stai assillando il tuo bambino affinché smetta di guardare lo smartphone e tu sei sempre su Instagram, perché mai dovrebbero prenderti sul serio? Non va dimenticato, infatti, che i genitori spesso passano più tempo davanti agli schermi dei loro figli.

La scuola
Thomas Edison ha detto una volta: “I libri saranno presto obsoleti nelle scuole pubbliche … il nostro sistema scolastico sarà completamente cambiato all’interno di dieci anni.” Abbastanza sorprendentemente, però, uno degli inventori più importanti della storia moderna, è stato smentito dai fatti. Il nostro sistema educativo infatti mostra una notevole resistenza all’innovazione e l’esperienza scolastica è cambiato molto poco nei 100 anni successivi alla previsione di Edison.
Eppure la digitalizzazione e le nuove tecnologie si stanno imponendo molto velocemente a livello globale, generando un forte impatto sul mercato del lavoro e conseguentemente sulla formazione.

Nel 2020 le competenze digitali saranno necessarie per l’85-90% dei lavori: il report “The Future of Work: Jobs and Skills 2030” stima che entro tale data abilità tecnologiche, competenze trasversali e multidisciplinari, attitudine all’innovazione e alla creatività, aumento della responsabilità individuale e mobilità, saranno imprescindibili. Per questo è diventato impellente il bisogno di costruire un nuovo modello formativo, innescato dalla cultura digitale che è ora alla base dello sviluppo socio-economico. L’importante è utilizzare la tecnologia in maniera corretta. Stanno già nascendo degli esempi interessanti nello scenario internazionale, come la californiana Alt School o il progetto XQ Superchool promosso da Laurene Powell, moglie di Steve Jobs. Anche in Italia cominciano a spuntare le prime esperienze di didattica innovativa, come la Up School di Cagliari, una scuola elementare paritaria ispirata agli istituti del Nord Europa.

Secondo Kirsti Lonka, docente di Psicologia educativa all’università di Helsinki, la scuola deve fornire agli studenti capacità adeguate per il ventunesimo secolo. Fra queste ci sono quelle che servono per respingere il cyber-bullismo come quelle che permettono di individuare su internet le notizie false, così come l’abilità di installare un programma anti-virus come quella di collegare al computer una stampante. Ad esempio, in Finlandia, il paese in cima alla classifica Ocse per la media dell’alfabetizzazione dei suoi studenti, in classe è permesso l’utilizzo delle tecnologie quotidiane, compresi il telefono cellulare e il tablet, per le ricerche. Di contro, la Francia ha appena ribadito il divieto dell’uso dei cellulari nelle scuole materne, elementari e medie da parte degli alunni. In Italia non esiste nessuna normativa governativa, né regolamenti specifici a favore o a sfavore degli stessi: tutto dipende dai dirigenti d’istituto. Ma tutto, come già detto, dipende dall’uso che se ne fa. Non c’è dubbio che la tecnologia in classe possa essere utile in molti sensi e non c’è dubbio che la scuola sia esattamente il posto dove gli adulti di domani dovrebbero apprendere gli strumenti per orientarsi nella realtà. L’importante è che quella virtuale non diventi l’unica.





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