Cronache da dietro il cancello

La galera non è un film

Abbiamo tanti film sulla prigione, ma non uno che la racconti per come è davvero

Scena di un film di carcerati neri Fintanto che non ne varchiamo la soglia, quello che sappiamo sul carcere lo sappiamo attraverso i romanzi, le leggende metropolitane e soprattutto il cinema. L’immaginario collettivo è formato da quelle sequenze con i detenuti che mangiano tutti assieme portando i vassoi al tavolo, tutti vestiti uguali con guardie cattive e compagni di cella pericolosi. 

La cinematografia ha spesso ambientato le sue storie nel carcere: Papillon di Franklin Schaffner (1973), Le ali della libertà e il Il miglio verde, entrambi scritti e diretti da di Frank Darabont (1994 e 1999), per citarne solo tre e risparmiarvi un elenco che sarebbe lunghissimo.

Non sono un grande esperto di cinema, però mi piacerebbe che qualcuno ne realizzasse uno sul carcere come mai ne ho visto, uno “vero”, insomma. Non un documentario, o un docufilm, ma un film bello, magari italiano, capace di raccontare una storia tra le tante che si potrebbero raccontare, con un taglio e uno sguardo sull’umanità carceraria che si esplicita attraverso rapporti tra uomini, nella maggior parte dei casi poveri e spesso anche soli. Uomini che stanno da entrambe le parti della barricata e allo stesso tempo sulla stessa barca, guardie e ladri.

Ci vorrebbe qualcuno che sappia fare il cinema, qualcuno come Sergio Leone, ma forse anche come Paolo Sorrentino, per girare il film che non abbiamo ancora visto sulla vita dietro le sbarre; qualcuno che sappia dare con la macchina da presa quei “pugni nello stomaco” che generano coscienza.

Se ci fosse un film capace di trasmettere la realtà/verità, scevra da esigenze di copione, di cassetta o di propaganda, capace di mostrare la prospettiva laddove di prospettive ce ne sono quasi sempre poche e dolorose, farebbe del bene, come tutte le cose vere.

Forse però la mancanza di un film del genere dipende dal fatto che purtroppo la galera non si può raccontare, un po’ come la Guerra. La differenza tra le due, per citare Celine, è che “dalla prigione esci vivo, dalla guerra no. Tutto il resto sono parole.

E restare vivi significa ricominciare, portandosi un peso che non ti abbandonerà facilmente e che non dimenticherai.

TG DV


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