Antiproibizionismo

La Fini-Giovanardi colpisce la criminalità inesistente

img2Egregio Prof. Serpelloni,
mi presento, il mio nome è Giancarlo Cecconi e sono il segretario dell’ASCIA, ma questa volta Le scrivo a titolo personale sperando che voglia dedicarmi un poco di attenzione.

Ho 58 anni, da più di 30 anni sono un artigiano, fino a quando decisi con mia moglie di abbandonare la città per ritirarci in un piccolo paese del Monte Amiata dove viviamo da 25 anni.

Ho una famiglia sana ed unita, sono un cittadino rispettoso e rispettabile come potrebbero dimostrare tutti i cittadini del paese in cui vivo. Non sono una persona belligerante o antagonista a prescindere e non faccio dell’antiproibizionismo né una questione politica, né una professione e penso quindi di doverLe spiegare il perché mi ritrovo a sostenere una battaglia contro le anomalie legislative raccontandoLe in sintesi l’esperienza personale.

La nostra storia inizia circa cinque anni fa, quando con altre famiglie decidemmo di tentare la via dell’autosufficienza ispirandoci alla cultura nativa nordamericana, la cui filosofia è diventata da moltissimi anni la base della mia esistenza e della mia Fede.

Le posso assicurare che ho sempre visto con riluttanza e diffidenza tutte le sostanze in polvere o trattate chimicamente, ma per quanto riguarda la cannabis il mio approccio è stato sicuramente inusuale, avendo avuto la fortuna di aver condiviso l’esperienza con coloro che in India vengono considerati “uomini santi” o che in Messico vengono venerati e rispettati in quanto portatori di conoscenze antiche.

Il mio approccio con la cannabis è stato quindi assolutamente di tipo spirituale e la funzione contemplativa e meditativa a cui sono stato iniziato, l’ho sempre applicata per superare i momenti difficili e per godere di quelli fausti. Nella mia ingenuità pensavo quindi che una persona dovesse essere giudicata in virtù delle sue qualità morali e civiche e non in base a ciò che con discrezione e senza recare danno alcuno, potesse svolgere all’interno delle proprie mura domestiche, eppure, nonostante la mia posizione fiscale, contributiva, lavorativa, sanitaria, civica e familiare fosse impeccabile, un giorno, in virtù di una serie di fattori imprevedibili, mi sono ritrovato a dover subire l’etichetta di criminale e come me anche mia moglie e i miei amici con cui condividevamo quell’esperienza, a causa di una piantagione che coltivavamo per le serate da passare intorno al fuoco e per i nostri rituali.

Ringraziai i Carabinieri che fecero il possibile per non arrestarci e andai a stringere la mano al Giudice che ci assolse e che comprese la nostra assoluta buona fede, ma quell’episodio non poté cancellare la “Stella di Davide” che ci era stata cucita sulla pelle e quindi alcuni anni dopo, in un normale controllo stradale, nonostante la mia velocità fosse regolare e le cinture doverosamente allacciate, alle 11 di mattina, ci venne chiesto di sottoporci alla prova del drug-test senza alcun motivo se non la presunzione di aver a che fare con due potenziali malfattori.

Feci presente all’agente che essendo un fumatore, la sera prima avevo assunto cannabis, ma che in quel momento, cosa di cui anche lui conveniva, ero assolutamente in grado di intendere e volere e che nessuna funzione fisica o mentale era in qualche modo alterata o deficitaria.

Ben tre caserme dei Carabinieri vennero mobilitate in quella circostanza, due Istituti Penitenziari e un Tribunale, con tutte le conseguenze economiche, morali e psicologiche che ne sono derivate e il tutto per una modestissima quantità di piante che coltivavo per le nostre pratiche spirituali.

Anche quella volta, sia il personale all’interno degli Istituti Penitenziari e sia il Giudice, dovettero riconoscere la qualità delle persone che avevano davanti e si comportarono in maniera impeccabile, cercando di evitare di causarci ulteriori danni.

La risposta del PM fu che, poiché nel nostro Paese non è l’uso ad essere proibito ma la coltivazione, se avessimo avuto questo bisogno l’avremmo dovuta acquistare, ma mai avremmo potuto farlo, in quanto siamo i primi ad essere schifati del mercato criminale al quale la cannabis è stata ingiustamente associata.

Sentii quindi il bisogno di scendere in campo per non essere confuso né con il mondo della criminalità, né con quello della tossicodipendenza, ma soprattutto per difendere sia la nostra immagine e sia la nostra dignità di cittadini esemplari e quindi come prima cosa scrissi una lettera al Presidente della Camera On. Fini che non ottenne il conforto di una risposta.

Quest’appello alla difesa della dignità mi ha dato l’occasione di entrare in contatto con decine e decine di storie raccapriccianti, di conoscere persone intelligenti, sensibili e assurdamente discriminate, di apprendere una sofferenza morale e psichica che Lei non può neanche immaginare e la determinazione nel voler dimostrare nei fatti di essere una “criminalità inesistente” ci ha permesso in breve tempo di organizzare una conferenza stampa che ha generato il primo contatto tra il Suo Dipartimento e la nostra Associazione.

Lei, gentilmente, ha concesso all’ASCIA l’opportunità di un incontro presso la Sua sede, Le chiedo quindi se la disponibilità sia rimasta inalterata, vorrei avere l’opportunità di metterLa a conoscenza di aspetti della Legge che forse a Lei sfuggono o che addirittura ignora, ma che purtroppo provocano vere e proprie devastazioni nella vita quotidiana di pacifici e onesti individui e di intere famiglie.

Vorrei altresì avere l’opportunità di discutere con Lei sulla proposta della nostra Associazione di regolamentare attraverso il controllo, la tassazione e l’autodenuncia, la piccola coltivazione domestica ad uso personale, che riteniamo l’unica via percorribile avendo come esempio l’esperienza di molti Paesi europei di provato e diffuso senso civico.

Le posso assicurare che è lontano dalle nostre intenzioni reclamare per la liberalizzazione o la legalizzazione della cannabis, poiché siamo coscienti che questo potrebbe avere effetti degenerativi e diseducativi nei confronti delle giovani generazioni, ma richiedere di trovare un modo affinché una popolazione adulta e quindi responsabile, non sia colpevolizzata a causa di uno stile di vita non convenzionale, ma altrettanto non dannoso, ci sembra quantomeno lecito.

Sono convinto che solo dal confronto dei punti di vista e della conoscenza si possa fare qualcosa per contribuire all’evoluzione dell’individuo e di conseguenza dell’intera società ed è proprio in quest’ottica e con questi propositi che vorrei presentarmi da Lei.

La ringrazio per l’attenzione e spero di non averLe fatto perdere inutilmente del tempo.
In attesa di una sua gentile risposta La saluto cordialmente.

Giancarlo Cecconi

 





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