Ogni uomo è solo al cospetto della propria felicità.

Sembra un punto molto distante dal quale iniziare a parlare di resistenza. Eppure, questo è l’unico punto possibile per comprendere la domanda: che cosa significa resistere?

Resistere significa difendere il rapporto individuale che io intrattengo con la mia felicità. Su questo tema, i filosofi della storia si sono sperticati e aggrovigliati nel tentativo di definire che cosa sia la felicità, ma la risposta è sempre sfuggita, risultata fumosa o inefficace, deteriorabile alla prova del tempo. Questo dipende dal fatto che la felicità non è definibile, se con “definizione” intendiamo un concetto che ne racchiuda universalmente la natura. Un concetto che possa insomma farci comprendere che cosa sia la “felicità per tutti”.

Il vero problema è che “felicità” risulta molto meno definibile rispetto a molti altri concetti, dal momento che nessuno ha il diritto o la capacità di entrare così a fondo nell’animo di un altro uomo da capire che cosa sia, per lui, la felicità. Non che la filosofia non ci abbia provato, intendiamoci: Cartesio tentò di inserire nell’animo dell’uomo un concetto che potesse dare ragione di quel segreto da molti chiamato “anima”, attraverso l’invenzione del Cogito, vero e proprio Cavallo di Troia volto a espugnare il dominio dell’individualità; Immanuel Kant, con il suo Tribunale della Ragione, tentò di sottrarre al singolo il territorio del giudizio, e in particolare del giudizio sul proprio agire che, sempre volto alla felicità, è rimasto comunque refrattario a questi tentativi di intrusione.

Oggi gli attacchi a quel dominio sono altrettanto numerosi ed accaniti: la neurobiologia cerca di definire che cosa sia la felicità dal punto di vista elettrochimico, la politica dal punto di vista collettivo e statistico, il web dal punto di vista dell’algoritmo e del conteggio dei “like”. Ma si resiste, come si resiste a una bufera che cerca di abbattere le pareti della mia dimora.

Ogni resistenza non è affatto vana, quando parte dal mio inalienabile diritto ad essere felice, qualunque sia la mia felicità, a patto che essa non consista nel sottrarre la felicità agli altri (come potrei infatti essere felice, sapendo che il mio vicino sarebbe legittimato nel perseguire la sua danneggiando la mia?).

La cosa davvero importante da comprendere, in questa epoca più che mai, è che la resistenza è legittimata solo quando corrisponde a un’idea di felicità e non di aggressione o dominio. Non si può legittimare una resistenza che ricalchi il funzionamento del potere, ovvero che miri a sottrarre libertà altrui, ad affermare una visione castrante del mondo, a prevaricare la possibilità, da parte degli altri, di perseguire la propria felicità.

Se la resistenza è votata alla realizzazione di ciò che penso mi renda felice, non ci sarà complotto né obiezione che tenga: resistere sarà giusto oltre ogni irragionevole considerazione.

Resistere è sinonimo di ricerca della felicità.

 





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