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Parlare con gente come Leleprox, all’anagrafe ‘Lele’ Di Stasio, significa tuffarsi in un pezzo di storia con solide basi nel presente, che ha visto l’evolversi di alcune realtà collegate alle sottoculture sociali e musicali, fuori dal becero concetto di business.

Nei primissimi anni ‘90, dalla scena rave, s’infiamma il movimento jungle/d’n’b, che dalle periferie londinesi si estende un po’ in tutta Europa. Qual è stato il primo approccio verso questo movimento, ossia, come ti sei avvicinato, cosa ti ha colpito di più?
Intorno al ‘93 suonavo ancora con LionHorsePosse/Piombo e in genere dopo il concerto mettevo su vinili doppia H e reggae. I dischi li andavo a prendere da un amico del giro hardcore punk che lavorava per un distributore di vinili, costui conoscendo i miei gusti ed essendo per ovvie ragioni di lavoro informato su tutte le uscite d’importazione, mi teneva da parte le bombe HH ed un giorno, mentre là fuori infuriava la techno e i primi rave, mi disse: «Qua non lo sanno ma ho ordinato qualcosa che fa per te» e mi fece ascoltare un pacchetto di vinili di questa cosa nuova jungle/DNB (Redlight Rec, Suburban Base, Ganja, Virus etc.). Li presi in blocco e li suonai giorno e notte. Mi colpì molto la brutale positività che emanavano. Niente a che vedere con il resto ma di sicuro lo riconoscevo figlio di quello che avevamo suonato fino ad allora. Il basso esagerato e le sue linee, non a caso, erano quelle che volevo per far vibrare come si deve le ossa e i muscoli e far ballare la gente; il beat era reggae/hip-hop accelerato però incredibilmente intonato e con un sacco di samples, di roba che avevo suonato appunto fino a ieri. Usando molto il cut-up dall’hip hop, mi facevo un remix in diretta. E quando la gente mi diceva: «Troppo veloce», io rispondevo «segui il basso».

All’epoca com’era frazionato il movimento jungle/d’n’b in Italia e cosa ne rimane oggi?
L’ultimo tour, in Nord Europa, mi fece catapultare nelle prime selezioni jungle/d’n’b e grazie a queste sonorità ho ripreso a divertirmi mettendo vinili, in posti come centri sociali e rave, sicuramente più aperti di mentalità. La d’n’b per essere apprezzata appieno, a causa del break, va saputa suonare, miscelare e incanalarla in determinati flussi evocativi; esplode la bolla dunque e si affacciano personaggi come Dj War, Soulboy, Dj R, Frank S, Dj M; le radio indipendenti iniziano a trasmettere i primi format come Beatset ad esempio. Si creò in maniera spontanea un movimento anche in Italia, una rete di contatti tra dj’s per avere dischi, organizzare party: la competizione non c’era perché ci si aiutava e ci si rispettava a vicenda. Poi arrivò il primo forum italiano di d’n’b, che facilitò i contatti e permise di far suonare artisti stranieri in Italia. La scena iniziò a prendere piede.

Vinile o digitale?
Oggi la bass music è esplosa in mille rivoli grazie ad internet ed il digitale sotto questo punto di vista è da valutare solo in modo positivo. Sta di fatto che, seppure con alcune eccezioni, il vinile si sta estinguendo. Ogni epoca ha i suoi strumenti adatti al tempo: ho iniziato con le cassette a doppia piastra e vedo ragazzi oggi che fanno cose incredibili con il digitale; quando presi i technics 1200 agli inizi del ’90, erano la cosa tecnologicamente più avanzata. La cosa più importante è stupirsi di quello che si fa, sempre… Se ti annoi lascia stare. Per fare bene, bisogna avere la completa gestione dell’oggetto che trasmette musica, non isolarsi nella selezione ma sentirla con chi ai davanti e avere questa capacità crea un equilibrio perfetto tra persone e musica; più o meno il concetto di groove, che è difficile da spiegare a parole.

Francesco Cristiano
www.ciroma.org

 





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