Una nuova sentenza ribadisce l’orientamento della Giustizia italiana. Questa volta è la IV sezione della Cassazione Penale a confermare il concetto: la condanna per la coltivazione di cannabis, anche se di poche piante ad uno personale, non ha alcun profilo di incostituzionalità.

La legge italiana stabilisce dal 1993 che il consumo personale non è un reato penale, ma prevede la condanna solo per lo spaccio. Per questo la Corte è stata chiamata a pronunciarsi: se il consumo non è reato perché la coltivazione, anche quando è di poche piante ed evidentemente senza alcuno scopo di lucro può essere punita con il carcere?

La risposta della Cassazione Penale è la seguente: “nel caso della coltivazione, manca il nesso di immediatezza con l’uso personale e ciò giustifica un atteggiamento di maggior rigore, rientrando nella discrezionalità del legislatore anche la scelta di non agevolare comportamenti propedeutici all’approvvigionamento di sostanze stupefacenti”.

In pratica, secondo i giudici non si può mai essere certi della destinazione di una coltivazione, anche perché, sottolinea ancora la sentenzanon è apprezzabile ex ante, con sufficiente grado di certezza, la quantità di prodotto ricavabile dal ciclo della coltivazione, sicché anche la previsione circa il quantitativo di sostanza stupefacente alla fine estraibile dalle piante coltivate e la correlata valutazione della destinazione della sostanza stessa ad uso personale risultano maggiormente ipotetiche e meno affidabili”.

Questo non significa che ogni coltivazione debba essere punita, ma che deve continuare ad essere il giudice a valutare caso per caso nei dibattimenti, valutando quanta fosse la sostanza ricavabile dalla coltivazione, se esistono prove di spaccio, se l’imputato conduca o meno uno stile di vita materialmente consono alla sua posizione lavorativa, e via dicendo.

Una sentenza che ancora una volta ribadisce come l’unico modo per consumare cannabis in Italia senza dover correre il rischio di finire in prigione sia quello di affidarsi allo spaccio illegale: dando i propri soldi alle narcomafie in cambio di cannabis di provenienza ignota e alcune volte tagliata con sostanze nocive.

Per chi invece sceglie di rompere questo meccanismo perverso, mettendo a semina un paio di piantine, continuerà la consueta odissea fatta di arresti e processi infiniti, dove la differenza tra l’assoluzione e il carcere – come dimostrano le sentenze – non la fa la condotta in sé, ma l’attitudine del giudice che il fato porrà dinnanzi e la bravura del proprio avvocato difensore, quasi sempre direttamente proporzionale alle possibilità economiche dell’imputato. Questo, secondo la Cassazione, è perfettamente giusto e costituzionale.

 





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