“Finalmente un po’ di chiarezza. Ci voleva una sentenza della magistratura per confermare quello che noi, medici e farmacisti, abbiamo sempre sostenuto: la cannabis light non esiste”. E ancora: “È una truffa, un prodotto creato ad hoc per attirare i giovani ed i meno giovani all’uso della cannabis”. E’ quanto afferma in una nota il presidente della Società Italiana di Ricerca sulla Cannabis, Paolo Poli, medico anestesista e specializzato in terapia del dolore, in merito alla sentenza della Corte di Cassazione.

Il dottore sposa dunque la linea dettata dal questore Antonio Pignataro un anno fa, che, dopo i sequestri di Macerata, come un moderno presidente Nixon – il fautore della War on drugs – sosteneva appunto che la cannabis light non esistesse.

Un’affermazione fuori dalla realtà, soprattutto per chi in questi due anni ha visto nascere e crescere, dal basso, un mercato agricolo e commerciale, che potrebbe diventare il volano per la crescita di tutta la canapa industriale italiana, nell’ottica di recuperare il posto che merita a livello internazionale.

Forse il dottor Poli non si è accorto, probabilmente perché per la smania di esultare non ha avuto il tempo di leggere la sentenza, che la Cassazione non dice assolutamente che la cannabis light non esista, dice solo che non si possono vendere prodotti che abbiano un’efficacia drogante.

Mentre tutto il settore sta attendendo le motivazioni della sentenza per capire meglio come organizzarsi e muoversi in futuro, tutti gli esperti, la letteratura forense e quella scientifica, oltre a diverse sentenze già passate in giudicato, sembrano essere concordi sul fatto che il limite drogante, per quello che riguarda il THC, dovrebbe essere l’ormai famosa soglia dello 0,5%, la stessa identificata con una circolare proprio dal ministro dell’Interno Salvini.

Il problema, a monte, è che le infiorescenze di canapa industriale non sono state normate: basterebbe una regola semplice come quella adottata nella vicina Svizzera: considerare le infiorescenze come succedaneo del tabacco e sottoporle agli stessi controlli per evitare qualsiasi disputa e problema. Ma si sa, in Italia non piacciono le cose semplici.

Il dottore arriva addirittura a scrivere che: “Non è escluso che anche gli altri cannabinoidi contenuti nella cannabis light, o bassi dosaggi di THC, siano implicati nei processi degenerativi neuronali che, secondo alcune ricerche, sarebbero dovute all’uso della cannabis nella fase adolescenziale”. Ma gli studi che ad oggi parlano di possibili danni in età adolescenziale, partono dall’assunto che sia necessario un consumo cronico di cannabis ad alto livello di THC. Quindi è davvero difficile capire il motivo di questo attacco.

L’unica cosa su cui possiamo essere d’accordo con il dottore, è che la cannabis light non possa essere considerata cannabis ad uso medico. Nonostante ci siano varietà di cannabis terapeutica che hanno più o meno le stesse percentuali di CBD e THC della cannabis light, come ad esempio il Bedrolite, che ha meno dell’1% di THC e il 9% di CBD, la cannabis ad uso medico viene prodotta seguendo le regole dei farmaci, per garantirne qualità, standardizzazione e assenza di muffe o contaminati.





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