Ci siamo fatti aprire le porte della Bottega del Rosso per poter testimoniare un pezzo della cultura italiana dei cilum, ma anche per capire come lavora un mastro cilumaio. Non solo, ne abbiamo approfittato anche per accompagnare il Rosso alla fiera di Sinigaglia, uno dei mercatini più antichi di Milano che si svolge ogni sabato. Ecco l’intervista ed il video reportage. 

Bottega del Rosso
“Ho iniziato a fare i cilum (o ciloom o cyloom o cylum o chiloom o chilum, noi abbiamo optato per cilum, ndr) negli anni ’70 per il semplice fatto che quello che mi aveva portato un mio amico dall’India si era rotto e ai tempi non è che potevi uscire di casa e comprarne un altro. Così, in base ai racconti di come li creavano in India, ho iniziato a farli da autodidatta, perfezionando poi piano piano le tecniche di lavoro nel tempo”. Questo è il racconto di come ha iniziato uno degli originatori della cultura nostrana di questa particolare pipa, che, aiutato da nomi come Alverman, Daniele ed altri, ha portato in alto l’artigianalità italiana in questo campo, tanto che ancora oggi, in India, i turisti cultori di questo strumento cercano di acquistare cilum di fattura italiana.

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Per noi invece, nati molto più comodamente negli anni ’80 vicino a Milano, andare il sabato in fiera di Sinigaglia (o anche Sinigallia e Senigallia, ndr) a comprare i lotti del Rosso, era la norma. O perché il tuo amico con le mani di palta l’aveva fatto cadere distruggendolo in mille pezzi, o perché un altro amico aveva spaccato o scheggiato la pietra (o anche wedra o uedra, ndr), o perché, in vista di un’occasione speciale, si faceva una colletta e si comprava un “bambino” (cilum molto più capiente del normale, nel quale, a seconda della pietra si potevano caricare nelle clave più grandi – come le chiama il Rosso – fino a 50 impasti, ndr), ogni occasione era buona per passare dalla Bottega del Rosso. D’altronde nei ’90 nel nord Italia era molto forte questa cultura e non era raro trovare gruppi di persone che, appunto, avevano bandito bong, cartine e pipette per fumare “solo cilum”. Ed è così che dopo qualche tentativo, siamo riusciti a farci aprire le porte della Bottega del Rosso, per scoprire non solo come lavora, ma per entrare nel suo laboratorio, vedere il forno mentre cuoce le pipe e passare una notte in attesa di poterlo accompagnare in fiera, per vivere una giornata da cilum master.

“Il mio interesse – ci ha raccontato – è semplicemente quello di creare strumenti per far fumare le persone nel miglior modo possibile. Non voglio spingere nessuno a farlo, ma consentire a chi lo fa già, di poterlo fare al meglio. E la cosa che mi è sempre piaciuta è che si fuma in compagnia”. E se ve lo dice uno con 40 anni di grassi cilum sulle spalle, potete fidarvi. “Questo è il cilum prima della lavorazione”, ci ha spiegato nel laboratorio mostrandoci un blocco di argilla cruda. “Prima la lavoro, per dargli la forma che desidero e, a seconda dell’estetica che voglio ottenere, eseguo lavorazioni diverse. In questa fase non mi limito a farne uno, ne lavoro una decina alla volta e li prendo in mano 20 o 30 volte lavorandoli con i miei ferri tra lavorazione, lucidatura dentro e poi fuori, raddrizzamenti strategici e ottagonalizzazioni, pulizia finale e cottura. Una volta finita la prima lavorazione vanno infatti seccare perché si induriscano e poi li sistemo in modo che stiano in piedi in verticale sia dalla parte del braciere che dalla bocca, li limo e li perfeziono. Poi si passa alla fase della cottura, che avviene in un forno e dura all’incirca una notte. Finito questo processo, i lotti sono pronti per essere utilizzati”.
“Quello che mi rallenta un po’ – ci ha confidato – è che non mi piace usare smalti, vetrine e cose simili perché voglio usare la terra più pulita possibile, che è il motivo per cui ho scelto di usare la terra bianca invece che la terra rossa. Quella rossa, che uso per ricoprire l’esterno di qualche lotto, è terra sporca, che contiene impurità, quella bianca è più pura, e, dopo la scoperta del tabacco da parte di Cristoforo Colombo, era utilizzata dalla nobiltà per le pipe che utilizzavano per fumare”.

In tutto il tempo che abbiamo passato insieme a lui, gli occhi vispi del Rosso si intristiscono solamente in un frangente, quando tocchiamo l’argomento fiera di Sinigaglia, che negli ultimi anni ha subito diversi “boicottaggi” istituzionali fino al cambio di location. “Una volta la fiera era un luogo sociale, di ritrovo, dove si poteva stare in tranquillità e chiacchierare del più e del meno. Oggi è diventato un mercato dove la socialità ha sempre meno spazio: ci hanno relegato ai lati di due vie senza più darci l’occasione di poter stare tutti insieme, con squadre di vigili in giro a piedi a contestare qualsiasi cosa succeda. Non ci si può nemmeno più sedere per terra che ti impongono di alzarti subito. Non è più la fiera che conoscevo io, e questa cosa mi fa molto male”.





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