Kobane, dove le donne combattono in prima linea contro l’ISIS
«Non si può che ripartire dalle donne se si vuole davvero dare un futuro a questo popolo martoriato da troppo tempo. Non si può che ripartire dalla vita per sconfiggere questa aurea di morte che circonda non solo Kobane ma tutto il popolo curdo. Partire dalla vita, da chi la genera e da un’idea di società nuova». Questa è solo una tra le tante dichiarazioni che si possono trovare in rete da parte delle combattenti dell’Ypj, le milizie volontarie nelle quali combattono donne curde di tutte le età, armate di fucile e della speranza di fermare l’avanzata degli islamisti e liberare il proprio popolo che da sempre reclama l’indipendenza.
È infatti dal 16 settembre scorso che gli abitanti della città di Kobane resistono all’avanzata, fino a quel momento inarrestabile, dei fondamentalisti islamici dell’Isis. Da una parte, sotto le bandiere nere del califfato islamico, uomini armati di carri armati e cannoni di ultima generazione razziati all’esercito iracheno, dall’altra la strenua resistenza di donne e uomini armati di soli fucili e della determinazione propria di chi sta lottando per difendere non solo la propria terra, ma anche un’idea di società. I Curdi del Pkk, movimento politico indipendentista di stampo socialista rivoluzionario considerato terroristico in Turchia, rappresentano da sempre un’utopia scomoda all’interno di una parte di mondo, quello arabo, che ormai abbiamo imparato a conoscere solo a causa delle guerre e delle costanti violazioni che subiscono le donne e le minoranze etniche e religiose. All’interno delle zone a maggioranza curda liberate, infatti, essi si autogovernano seguendo i principi di ciò che hanno definito “Confederalismo Democratico”. Un’idea di autogoverno popolare che prevede, secondo principi di pluralismo etnico e religioso, democrazia partecipativa, parità di genere assoluta, rispetto dell’ecosistema e l’abbandono della forma Stato in favore dell’autogoverno di cantoni confederati.
Un esperimento sociale di autogestione dei territori che la dura realtà della guerra non è riuscita a spezzare, ma che anzi si è rafforzato. All’interno della regione del Rojava, cioè quella parte di Siria che i curdi governano difendendola con le armi, della quale è parte Kobane, il vuoto provocato dalla guerra e dalla perdita di potere del regime centrale siriano, ha consentito infatti di rafforzare e mettere in pratica questi principi. Il patto sociale di base è stata la straordinaria e avanzatissima “Carta sociale del Rojava”, la quale riconosce tre principi di base: la terra e le risorse sono un bene comune che appartiene a tutta la comunità; tutte le etnie e le religioni presenti vivono insieme secondo il principio della convivenza pacifica e della fratellanza; tutte le donne hanno il diritto inviolabile di partecipare alla vita politica, sociale, economica e culturale.