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Kenya, gli indigeni Sengwer scrivono al mondo: “Basta colonialismo”

I Sengwer sono i custodi della foresta di Embobut, ma gli interessi occidentali vogliono sfrattarli per salvaguardare la natura. Un paradosso figlio del colonialismo

Sengwer
I Sengwer sono solo l’ultimo popolo indigeno che leva la voce contro un sistema di conservazione corrotto e che distrugge intere popolazioni.

I Sengwer della foresta di Embobut, in Kenya, hanno scritto una lettera aperta a quelli che loro chiamano “gentili donatori occidentali della conservazione in Kenya”, esortandoli a smettere di finanziare sistemi che fingono di proteggerli e nel frattempo rubano la loro terra. Gli indigeni Sengwer si definiscono i custodi della foresta e, fanno sapere, non hanno intenzione di cederne neppure un centimetro. Lo scopo di questa toccante lettera è svegliare la sensibilità dell’opinione pubblica che ignora come le grandi organizzazioni per la conservazione, ma anche i nostri governi, finanziano progetti mirati alla creazione di aree protette all’interno delle terre ancestrali degli indigeni. Sfrattandoli.

“Il vostro denaro non viene usato per proteggere la natura, ma per finanziare violazioni dei diritti umani. A dimostrazione di ciò, quando l’Unione Europea ha sospeso e poi cancellato il suo finanziamento al Water Towers Protection and Climate Change Mitigation and Adaptation Programme nella terra sengwer, gli sfratti sono drasticamente diminuiti”, si legge nella lettera. “Se volete fare conservazione, la prima cosa da fare è garantire i diritti territoriali di noi Sengwer e di altri popoli indigeni. Se i nostri diritti non saranno rispettati, della foresta non rimarrà nulla. Il nostro stile di vita dipende dalla foresta, noi abbiamo le conoscenze per prendercene cura, non la sfruttiamo ma la usiamo in maniera sostenibile”.

COLONIALISMO INFINITO

La lista di popolazioni indigene che in tutto il mondo si battono contro questo tipo di “donazioni” è pressoché infinita. In Africa ci sono i Masai in Tanzania, i Borana in Kenya, e sempre in Kenya si uniscono al coro gli Enderois e gli Ogiek. E non a caso i Sengwer definiscono “colonialista” questo modo di fare conservazione: in Occidente si crede di sapere che cosa sia meglio per delle terre “ancestrali”. Che, detto così, sembrano di tutti, e lo sono, ma prima di tutto sono le terre di chi le abita da millenni: creare dei santuari è un modo per far girare soldi e sfrattare persone da casa loro.

“La conservazione è il nostro stile di vita tradizionale. Noi conviviamo con la natura e rendiamo ricca la foresta. Dovremmo esserci noi in prima linea in qualunque progetto di conservazione, non il governo keniota”, dicono i Sengwer. “Il modello di protezione della natura che finanziate risale al periodo coloniale e porterà a un genocidio”. I governi africani, schiavi di bisogni economici che abbiamo esportato, sono i primi responsabili per questa crisi, che si aggiunge allo sfruttamento globale ai danni del continente africano.

I SENGWER E LA FORESTA

I Sengwer sono pronti a morire per proteggere la loro foresta. Non cederanno di un passo e puntano il dito contro un sistema marcio che fa gli interessi dei ricchi. “Se il governo keniota vuole ucciderci, è meglio che ci uccida qui, sulla nostra terra. Ma sappiate che senza di noi, anche la foresta sarà uccisa. Vi esortiamo a smettere di finanziare violazioni degli stili di vita indigeni, che sono sostenibili e rispettosi dell’ambiente. Invece, lavorate con noi per proteggere la nostra foresta, proteggendo i nostri diritti. E non solo per noi Segnwer, ma anche per tutte le comunità in Kenya e nel resto del mondo“.

TG DV


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