tlopIl mondo si divide in due grandi categorie (quante volte abbiamo letto questa intro?): chi spenderebbe 350 $ per indossare due sacchetti di juta ai piedi just to feel like Yeezy e chi invece disprezza fortemente la sua (almeno più recente) figura di artista a tutto tondo divisa tra musica moda e deliri narcisisti. L’oggetto ultraterreno (come piacerebbe a lui) del discorso è ovviamente sua immensità Kanye West. L’analisi del personaggio è fondamentale per comprenderne l’espressione musicale (che qui ci interessa più di ogni altra cosa) e quindi mi sembra giusto ripercorrere brevemente come siamo giunti ad accogliere TLOP. Se My Beautiful Dark Twisted Fantasy nel 2010 resta un punto fermo assoluto e forse il più alto artisticamente mai raggiunto da Kanye grazie a produzioni sontuose, varietà e tematiche, è Yeezus nel 2013 a spiazzare tutti. Un disco visionario, difficile e di un peso specifico notevole con pure un discreto numero di hits (New Slaves, Blood On The Leaves, Send it Up su tutte – anche se io voglio ricordarlo così). Yeezus è stato il primo passo universalmente riconosciuto verso il baratro di onnipotenza ed elevazione extra-territoriale in cui Kanye è caduto (vi ricordate quando per la promo del disco la clip di “New Slaves” è stata proiettata sui palazzi in 66 diverse location del globo, vero? Ecco). Dopo l’uscita di Yeezus la creatività di Kanye si è sentita arginata e la conseguenza dell’affanno nel tentativo di trovare nuovi spazi dove potersi mostrare è stata la virata nel mondo della moda con la creazione delle collezioni Yeezy Season e la collaborazione con Adidas. E musicalmente? Tra Yeezus e TLOP non è successo molto: Only One featuring Paul McCartney, Il featuring con Rihanna e Paul McCartney (again) che va beh e All Day.

Fenomenologia di Pablo

Di fatto è Twitter che nel periodo di transizione tra Yeezus e Pablo inizia ad assumere un ruolo centrale come estensione totale dell’uomo Kanye, diventando di fatto il suo canale preferito e fonte costante di emozioni. L’ultima è recentissima: Kanye ha rivelato di avere debiti per 53 Milioni di $ (AH!) e ha chiesto l’aiuto di Mark Zuckerberg e Larry Page. Nell’ordine 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7. L’arrivo e la gestazione di The Life of Pablo avvengono proprio su Twitter, in un processo piuttosto contorto e controverso iniziato un anno e mezzo fa e ancora oggi in continua evoluzione – dato che TLOP per ora è disponibile solo tramite TIDAL – uscita ufficiale rimandata al 21 febbraio. Concepito inizialmente come SWISH, poi trasformato in WAVES causando la relativa beef con Wiz Khalifa e dita nel deretano from Amber Rose. La scelta finale del titolo cade però a sorpresa su THE LIFE OF PABLO. In sostanza in meno di un mese cambiano due volte il titolo e due volte la tracklist ma non l’unica cosa che a questo punto speravamo davvero cambiasse, ossia la cover art che ci arriva così – semplice e pulita. Proprio bella eh.

cover

Who the fuck is Pablo?

Chi ha seguito la nascita del concept di questo disco si sarà fatto mille domande. Intenzionali o meno che siano, questi repentini cambi di direzione hanno di fatto generato un’ondata social pazzesca (mostly negli states) che ha promosso alla grande l’uscita del disco alimentando l’hype esponenzialmente. Genialata di marketing o solo primi sintomi di schizofrenia? Spesso il limite tra le due dimensioni è molto sottile. Se personalmente i primi due titoli non mi dispiacevano, quando è stato ufficializzato il titolo TLOP ho dovuto chiedere a Google “who the fuck is Pablo?”. Grazie di cuore allora ad un paio di utenti di Reddit che hanno suggerito le tre interpretazioni migliori: l’Apostolo Paolo, Pablo Escobar e Pablo Picasso. Tutti riferimenti che potenzialmente calzano per dimensioni dell’ego (almeno due su tre) e potenza comunicativa. La spiegazione fornita dallo stesso Kanye col solito tweet non lascia scampo, ma io continuerò a fare finta che Pablo sia una fusione tra i 3 citati prima perché rende molto di più. E Kanye con l’aureola proprio no.

KANYE

Il Disco

Al primo ascolto TLOP sembra tanto confuso quanto i giorni che hanno preceduto la sua uscita: 18 tracce piuttosto scollegate tra loro, con improvvisi cambi di sound e variazioni gestite male. L’impressione iniziale è quella di un lavoro al quale Kanye ha dedicato poco tempo, soprattutto se paragonato alle altrettanto strane e pesanti melodie di Yeezus che nella sua completezza aveva però un suo studiato perché. Se l’obiettivo era quello di produrre avanguardia come Picasso siamo piuttosto di fronte a un quadro di Jackson Pollock (cit. Anthony Fantano – The Needle Drop) dove (seppur di classe) pennellate sconclusionate combattono una sopra l’altra. L’apertura del disco con “Ultralight Beam” è in realtà davvero clamorosa e fa ben sperare grazie a una fenomenale Kelly Price e l’ottimo contributo di Chance the Rapper. L’idillio però termina subito per colpa dei primi versi di Father Stretch My Hands, pt. 1 nei quali assuefatto da un autotune veramente imbarazzante Kanye ipotizza situazioni in cui sostanzialmente si sentirebbe un po’ un buco di culo sbiancato. Fate vobis.

Now if I fuck this model / And she just bleached her asshole
And I get bleach on my T-shirt / I’mma feel like an asshole

(bleach = sbiancante ndr.)

Oltre al fatto di essere di fronte ad un prodotto in cui i brani sono fortemente sconnessi tra loro, la debolezza principale di TLOP si mostra proprio nei testi: auto-celebrativi fino al midollo, irriverenti e da spaccone fastidioso con lo stesso NY Times che titola l’articolo dedicatogli con un “Songs of Self and Praise“.  Davvero raggiunta questa tanto ostentata e poliedrica maturità artistica Kanye non riesce a staccarsi da quelle che di fatto sono chiare stonature? Il punto è ancora più semplice sotto questa lente: non puoi spacciare il disco per l’album della vita e poi uscirtene con ‘ste cose. Kendrick Lamar non ha vinto 5 grammy rappando di buchi di culo sbiancati, quindi Kanye sarà per l’anno prossimo. Kanye 11

Se la traccia Famous fa più parlare per i versi dedicati a Taylor Swift (I feel like me and Taylor might still have sex/Why? I made that bitch famous) e Facts è una fucilata bella e buona alla Nike, rea di non averlo coperto d’oro e di non avergli lasciato la libertà creativa che ha invece trovato tra le braccia di mamma Adidas, le migliori espressioni del disco sono sicuramente Feedback (micidiale!), 30 Hours e tutto sommato No More Parties in L.A. con Kendrick. Momento fun assoluto in I Love Kanye, acappella in cui Kanye riesce a dire Kanye ben 24 volte in 45 secondi.

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I Love you like Kanye loves Kanye

Non vorrei che l’impressione globale del disco fosse però negativa. La dimensione di un personaggio come quello di Kanye e la sua multi-disciplinarietà rendono difficile l’approccio all’analisi, nel senso che servirebbe un articolo per parlare delle vicende legate al disco e un articolo per parlare effettivamente del disco. Cercando di tralasciare gli aspetti esterni alla musica, ma indissolubilmente legati all’artista e alla sua figura, The Life of Pablo è un disco molto piacevole. Suona bene e piacerà tantissimo alla fan base ben nutrita di Kanye anche perché vi troviamo parecchi richiami agli album del passato con i suoni più industriali di Yeezus ma anche sfumature del Kanye più amato (soprattutto in termini di flow) di The College Dropout o My Beautiful Dark Twisted Fantasy. Merito anche del gruppone degli addetti ai lavori, visto che tra i producers troviamo pezzi grossi come Rick RubinMadlib ed una jazz raphead come Karriem Riggins (veterano di Detroit che ha collaborato con J Dillama anche Metro Boomin (exectuive producer di What a Time to Be Alive di Drake e Future) e Hudson Mohawke (già nel roster di Very G.O.O.D. Beats).

Il verdetto finale resta quello di un disco che complessivamente dà l’idea di non avere una direzione precisa, di perdersi tra le mille facce dell’eclettismo di West (il vero protagonista) e che deve fare i conti con il fatto di non riuscire a soddisfare l’aspettativa esagerata che ha creato. Fosse una fotografia pubblicata su Instagram, TLOP sarebbe un selfie coordinato dai vari #me #myself #amazing #cute #nofilter perché l’attenzione principale è sull’artista e non sulla sua arte. Il brutto in conclusione, al di là degli atipici tentativi di diversità più o meno apprezzabili, è proprio doversi trovare a dare dello studente che non si impegna e che potrebbe fare di più a uno con la carriera di Kanye West.

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