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Si è concluso l’anno in modo turbolento per i giamaicani e gli appassionati del Reggae. Quest’anno il disco Reggae più venduto in USA, secondo la popolare rivista Billboard, è “Water For Your Soul” di Joss Stone che surclassa niente di meno che Bob Marley.

Come potete immaginare la notizia non è stata ben accolta dagli addetti ai lavori e dagli appassionati del genere, seppur bravissima J. Stone ha davvero poco a che vedere con questo genere. In Giamaica molti artisti, tra cui un agguerrito Bounty Killer e alcuni quotidiani hanno gridato allo scandalo, addirittura parlando di razzismo; altri invece, come Neil Robertson e Maxime Stowe (due popolari manager), hanno cercato di dare un’altra chiave di lettura alla cosa facendo notare che si tratta di una classifica che si basa solo su parametri di vendita e null’altro. Infuocate anche le discussioni sui vari social network, che come spesso capita, hanno favorito la circolazione di informazioni inesatte facendo diventare una classifica un award.

Sicuramente molti artisti giamaicani sono quasi ignorati dal circuito “che conta”, ma possiamo ridurre tutto a una forma di razzismo? La storia del Reggae e della Dancehall vanno di pari passo a quella dell’isola, ovvero una terra da sempre sfruttata e mantenuta in condizione di colonia ma allo stesso tempo capace di creare eccellenze e raggiungere ottimi risultati. E forse proprio la musica è l’esempio più calzante di tutta questa situazione, dal Reggae hanno attinto e tutt’ora attingono generi ed artisti di tutti i tipi, ma pochissimi giamaicani sono riusciti davvero ad avere il giusto riconoscimento sia in termini economici che di fama.

Dal mio punto di vista a fare la differenza, purtroppo è la mancanza di un’industria strutturata e professionale, certo ci sono delle eccellenze ma finché resteranno delle mosche bianche sarà difficile andare avanti. Spesso e volentieri ottimi album hanno una promozione quasi nulla, negoziare uno spettacolo a volte può diventare un rompicapo visto che gli attori in gioco sono molti, tutti questi problemi fanno da freno anche per l’eventuale investimento da parte di imprenditori stranieri e fanno accartocciare su stesso un mercato che non ha i numeri per sostenersi da solo.

Sicuramente la mia non è una formula esatta e potremmo spendere pagine intere sul chi e sul perché, ma forse guardare alle carriere di artisti come Chronixx, Shaggy o Movado giusto per citare i primi che mi vengono in mente potrebbe servire a capire che il team conta molto più di quanto sembri.

a cura di Leonardo Pascale





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